In questi giorni, com’è oramai noto, Jovanotti è stato protagonista di un simpatico scambio di messaggi su Facebook con la madre di una sua fan, che lo “accusava” di essere la causa del fatto che sua figlia fosse ancora single e, soprattutto, non l’avesse fatta ancora diventare nonna.

Il motivo, secondo Anna – così si chiama la signora in questione –, sarebbe l’eccesso di perfezione che trasuda dalle canzoni del cantante e che spingerebbe la figlia Alice a non accontentarsi di ciò che la realtà le mette a disposizione. Lo scambio è stato estremamente ironico e piacevole, sia nella prima lettera di Anna che nella risposta di Jovanotti.

Non sono mancati però i webeti e i leoni da tastiera che non hanno colto il lato scherzoso della cosa, accusando mamma Anna – qui il verbo va usato senza virgolette – di non saper educare sua figlia ai veri valori e a una più adeguata autostima.

La questione, di per sé, non ha precisamente i crismi dello scoop giornalistico; anche qui, non è stata tanto riproposta per l’interesse che sprigiona il fatto in sé, quanto perché da essa può partire uno spunto per ragionare sulle canzoni e la sincerità dei cantanti. La domanda è: quant’è importante che un cantante o un cantautore siano sinceri nelle canzoni?

Il tema su queste pagine non è nuovo; ne ho parlato qui in merito allo stile di due artisti molto lontani fra loro come Gianni Morandi e Francesco De Gregori.

 

Io credo che molto dipenda dal genere di canzone di cui si parla. Il cantante pop “gioca a essere sincero” e la questione della sincerità è alla base del “patto finzionale” tra chi canta e chi ascolta. D’altronde, anche nella lettera di mamma Anna e nella risposta di Jovanotti è tacito questo patto: i due sanno di comunicare tramite lo stesso tipo di ironia, che vien fuori dal tenore irreale dei testi del cantante. Almeno nel pop italiano, l’apoteosi dei buoni sentimenti è alla base di versi che puntano alla creazione immediatamente riconoscibile e acquietante.

Restando all’esempio di Jovanotti (che oggi ha annunciato la data di uscita del suo nuovo album), sono versi così che rovinano un brano come “A te”. Accanto a passi come “sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano”, ce ne sono di sciatti come “a te che sei il mio grande amore/ ed il mio amore grande”. Nel primo c’è una felice e bellissima plasticità del movimento, unita al paradosso spiazzante della contraddizione in termini dei due verbi “accogliere” e “allontanarsi” uno di fianco all’altro: “soltanto una legge/ che io riesco a capire/ ha potuto sposarli/ senza farli scoppiare”, direbbe De André; te la vedi proprio quell’immagine lì. Negli altri troviamo due versi presi in prestito dalla pubblicità del pennello Cinghiale (cit. Checco Zalone), insignificanti sia formalmente che come contenuto, malconci, peraltro ripetuti più volte: un vero fastidio e la rovina di una canzone altrimenti molto elegante, intima e sorprendente. Servono però all’autore per creare, come detto, un’icona istantaneamente riconoscibile, un carattere di sincerità più empaticamente credibile se smielato.

Personalmente invece, della sincerità di un cantautore non saprei che farmene. Non m’interessa che un cantautore “dica il vero”, ma che sia autentico: è un altro paio di maniche. L’autenticità è il rapporto diretto tra ciò che sai fare e ciò che fai, che crea consequenzialità e identità tra forma e contenuto. D’altra parte il cantautore deve cantare, possibilmente incantare, anche ingannare e – insomma – la sua poetica, la tecnica (téchne) e il carme da cui tutto muove, è una magia bianca, un carminativo fatto di musica e parole, utile ad alleviare i mal di pancia della vita. La canzone d’autore, allora, è molto più vicina al Biochetasi che all’ingenua e spesso pretesa sincerità del pop e dei fan.

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