Partiamo da una notizia: Gianni Morandi impazza su Facebook. La pagina del cantante emiliano ha sempre più successo. Al di là delle previsioni infatti sono oltre un milione i “mi piace”, quando magari per lui ci si aspetterebbe un pubblico non precisamente di “smanettoni”, ma di persone un po’ in là con l’età, nonostante il Nostro abbia praticamente attraversato tutto l’arco generazionale del secondo Dopoguerra, più o meno sempre presente nei media e sempre come figura centrale, di riferimento per la canzone italiana, oltreché con un’aurea (meritatissima) di genuinità e simpatia.

Però, ecco, non avremmo immaginato di trovarlo tra i “milionari” di Facebook, come Vasco Rossi, come Laura Pausini, come Jovanotti. E invece sì. Probabilmente il motivo sta anche nel fatto che Morandi posti puntualmente ogni giorno una foto con commenti sulle sue attività quotidiane: chiama “autoscatto” i “selfie“, cita spesso la moglie, imbastisce un diario minuzioso ostentando un tono assertivo, che combacia perfettamente con l’immagine che la gente ha di lui. Disambiguo le mie intenzioni: credo che Morandi sia realmente sincero. Recentemente si è chiuso in casa per due giorni di fila chiedendo ai “seguaci” di suggerire i nomi delle venti canzoni che dovranno finire nella prossima raccolta natalizia.

Sono certo che se gli chiedessimo il motivo del gesto, lui risponderebbe in modo disarmante: «Lo faccio perché io a questa gente devo tutto». E le sue sarebbero parole sentite, di un uomo che porta dentro l’antica cordialità e la consapevolezza della fatica dell’Italia contadina d’un tempo: sa cosa sono i sacrifici e il privilegio di non doverne fare. Tutto vero e senza un minimo di retorica o ironia. Però si potrebbe andare oltre. Morandi fa combaciare alla perfezione le sue azioni con ciò che la gente si aspetta da lui: una sincerità d’intenzione – e qui non importa se reale o fittizia –; la stessa che negli anni Sessanta univa le sue canzoni ai suoi film, per esempio In ginocchio da te e Non son degno di te.

Le persone allora ritrovavano nei film una prova: un riscontro, un’attendibilità, una rispondenza. Morandi usa oggi Facebook come usava allora il cinema. Padroneggia e convoglia la forza del medium di massa e la cosa funziona alla perfezione. La conferma cinematografica suggellava il “patto finzionale” del pop italiano, il più vecchio del mondo e che deriva dal melodramma (e che sciaguratamente noi con la canzone non sappiamo esportare per far quattrini): l’ascoltatore fa finta di credere che chi canta sia sincero e chi canta fa finta di essere autentico. L’importante è che sia una sincerità credibile. Uno dei segreti del successo di Gianni Morandi penso risieda in questo meccanismo. Ci sono canzoni a cui il pubblico è più affezionato perché tale sincerità raggiunge altissimi livelli di credibilità o, meglio, di rispondenza. Come Uno su mille, che fra l’altro è la canzone più votata in assoluto per la raccolta, con 13.792 preferenze. È il brano che più di ogni altro fa perno sulla sincerità di chi canta, perché quel Morandi nel 1985 descrive la propria reazione al dolore personale di un periodo reale e storico, al calo di successo dei suoi anni Settanta.

Che poi sia Morandi ad aver scritto quelle parole non importa a nessuno e c’entra poco con l’artisticità del brano (per inciso: il testo è di Franco Migliacci e la musica di Roberto Fia). Conta la sincerità, non l’autenticità. Come detto, il pop italiano si nutre di sincerità credibile (rispondente), è questa la sua icona riconoscibile, e quello di Gianni Morandi è di certo uno dei migliori. Forse proprio nella differenza tra “sincerità” e “autenticità”, infine, va ricercata la differenza tra la canzone pop e la canzone d’autore. A quest’ultima della sincerità interessa ben poco, mentre l’autenticità ne è alla base e investe la capacità o meno di scrivere brani decenti.

Il termine “autentico” rimanda inevitabilmente al concetto filologico di autorialità e a quello – per niente secondario – di autorità: padroneggiare il mezzo espressivo col quale si sta comunicando in maniera non comune, in modo egregio. Denota esclusività e valore; in una situazione culturale appena decente determinerebbe anche il giusto prezzo. La sincerità può essere personalmente apprezzabile ma, in canzone d’autore, è del tutto ininfluente. Prendiamo per esempio il caso del brano di Francesco De Gregori Guarda che non sono io (Sulla strada, 2012).

Dove Morandi ostenta sincerità e la pone come elemento imprescindibile, De Gregori la esclude a priori, e anzi la esorcizza e la allontana, allontanandosi a propria volta dal fan che gliela richiede, lasciandolo solo in mezzo alla strada, incredulo, nella pioggia. Guarda che non sono io ci fa capire, insomma, che De Gregori e Morandi fanno due mestieri differenti e, nei rispettivi presupposti più puri, in antitesi.