Nel Sahel c’è davvero posto per tutti. I militari francesi per diritto coloniale, gli americani coi droni, i tedeschi con un campo militare e con tutta probabilità gli italiani. L’elmo di Scipio con le prime colonie in Eritrea, Etiopia, la nota sconfitta di Adua e la Somalia. L’impero annunciato dell’Italia fascista di Mussolini con la Libia, il posto al sole più vicino dopo che la Francia aveva occupato la Tunisia. Ma ora nel Sahel c’è posto per tutti: militari, cappellani, ong, migranti illegittimi, clandestini, irregolari, profughi, combattenti, resistenti, nullafacenti e trasportatori d’armi e di cocaina per far girare l’economia. Arriviamo anche noi, perché l’Italia s’è desta e dell’elmo militare si è cinta l’ambasciata. Già, l’ambasciata italiana a Niamey,  pure quella ci mancava per rendere effettiva, duratura e garantita la caccia ai migranti fuori delle dune stabilite.

C’è stata la prima festa della repubblica italiana nel Niger. Si ripudia la guerra quando è lontana e nel frattempo si fabbricano, vendono e commerciano armi e morti da esse provocate. Si ripudia la guerra purché non arrivi alle sacre sponde della penisola che si chiede da tempo dove sia la vittoria che dovrebbe porgere non si sa quale chioma. Che poi, secondo una lettura sine glossa dell’inno d’Italia, dovrebbe essere stata designata da un certo dio schiava di Roma dei Fori Imperiali. Malgrado la Costituzione che della guerra impone un ripudio permanente, l’Italia spende decine di milioni di euro al giorno per assicurare efficacia alle operazioni militari e perpetuità alle forze armate. E questo è ancora nulla. Si passerà, senza colpo ferire, al due per cento del Pib destinato alle spese degli armamenti. L’ambasciata del Niger non entra nel conto.

Lo ricorda il primo ambasciatore che il Niger abbia mai avuto. Di stanza nella capitale Niamey l’Italia che si vuole come… un sostegno al Niger nella sua politica di sviluppo, nel miglioramento delle condizioni economiche e nel rafforzamento delle relazioni con un paese strategicamente importante. E ciò tanto per stabilizzare lo spazio del Sahel che sul piano del controllo dei flussi migratori… parole sacrosante del nuovo ambasciatore che non fa che confermare una vecchia e nefasta politica europea. Che la gente, povera di preferenza, se ne stia a casa propria, meglio se arrivano, in cambio, milioni di turisti, giocatori, pescatori e trapezisti. Tutto  chiaro e coerente con questo piano di controllo dei migranti irregolari… le onde incontrollate delle migrazioni…, ribadisce l’ambasciatore. Sono, come sempre, messe sullo stesso piano del terrorismo fondamentalista.

Dunque l’Italia si è ridestata dal torpore nel quale era caduta in questi lunghi anni. Ha ripreso con rinnovato vigore il suo posto nel novero delle nazioni che hanno possedimenti, o perlomeno frontiere, lontano da casa. Dei fratelli d’Italia rimane l’inno prima delle partite di calcio o per le premiazioni nelle rare medaglie d’oro delle discipline olimpiche. Quella di fermare i migranti ‘illegali’ non lo è ancora ma potrebbe essere riconosciuta almeno come disciplina dei corpi per rafforzare o conservare il potere. A coorte adesso son stretti i migranti nei centri di detenzione, orientamento, consiglio, raccomandazione e espulsione. Stretti fino alla morte, in mare, nel deserto e soprattutto negli occhi di chi li ha visti per l’ultima volta. Se davvero volessimo salvare vite umane non fabbricheremmo né venderemmo armi. Non manderemmo soldati ben pagati per combattere la guerra contro gente che ha nelle mani solo la sabbia con cui costruire l’altro futuro. D’altra parte è ormai da tempo che si andato perpetrando il tradimento della Costituzione. Rimane infine l’inno alla bandiera, sepolta anch’essa nella sabbia del Sahel.

Niamey, giugno 017

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