Al G7 di Taormina si era consumato uno strappo sulla lotta ai cambiamenti climatici, con Donald Trump indisponibile a firmare il documento finale. Ma almeno sul no al protezionismo i sette leader avevano raggiunto un accordo. E’ andata peggio durante la riunione annuale dell’Ocse che si è svolta il 7 e l’8 giugno a Parigi: gli Stati Uniti in questa occasione hanno fatto muro non solo sul clima, ma anche sul commercio. Tanto che lo statement finale è spaccato in due: una prima parte con il “consenso” di tutti i 35 ministri partecipanti e una seconda lista di punti preceduti dalla dicitura “near consensus“, cioè “quasi consenso”. Niente unanimità, perché in 34 si sono espressi a favore ma Washington si è sfilata.

Gli aspetti che gli Stati Uniti non hanno firmato riguardano l’approccio multilaterale al commercio internazionale: il “libero commercio basato sulle regole”, il principio della non discriminazione tra partner economici, la necessità di rafforzare le funzioni del Wto nella soluzione delle dispute tra Paesi, il riconoscimento che accordi commerciali multilaterali con ampia partecipazione possono essere uno strumento utile per promuove la liberalizzazione degli scambi.

Niente firma, ovviamente, nemmeno sotto i punti relativi agli accordi di Parigi sul clima, di cui gli altri Paesi invece riconoscono il carattere di “pietra miliare per affrontare in modo efficace il cambiamento climatico” e “indicare la direzione per la necessaria transizione verso un’economia a basso consumo di carbone”. Non solo: mercoledì gli Usa non avevano sottoscritto la convenzione multilaterale contro l’evasione fiscale delle multinazionali, firmata da oltre 60 Paesi, adducendo il motivo di avere già regolamentato la materia con le leggi federali.

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