Meno “quote rosa” nello statuto comunale del Campidoglio. La decisione della giunta M5s diventa un caso politico, addirittura a livello nazionale. Dal Partito democratico a Forza Italia, passando per Sinistra Italiana, tutti i partiti parlano di “Medioevo dei diritti” e accusano la sindaca Virginia Raggi di “scarsa sensibilità nei confronti della questione di genere”. La sua colpa? Voler abbassare il numero minimo di donne in giunta dal 50 al 40 per cento ( “uniformandolo alla previsione normativa”), questione che alla giunta ha già creato più di un problema in questo primo anno di legislatura. A replicare agli attacchi è stato il presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito: “L’amministrazione M5s”, ha detto, “impronta le sue scelte sul merito delle persone: prima di considerare se sia donna o uomo, conta verificare la professionalità del candidato. Ben venga scegliere sole donne, o viceversa, se tra loro vi sono i candidati più validi”.

A inizio aprile l’amministrazione a 5 stelle aveva presentato il progetto di modifica per lo statuto per la democrazia diretta, che ora ha cominciato il suo iter in commissione. Una proposta di sicuro effetto, su cui è iniziata la rincorsa dell’opposizione: passata appena una settimana, anche il Pd (attraverso la consigliera Svetlana Celli della lista civica “Roma torna Roma”) presenterà la sua iniziativa “Proponiamo per Roma”, che dovrebbe portare “idee, segnalazioni e progetti” in Consiglio comunale. Il M5s punta tutto su referendum day, raccolta di firme online e bilancio partecipativo. Ma a far discutere di più sono altri punti di quel documento, apparentemente marginali, su cui si è scatenata la polemica dell’opposizione. Il Movimento 5 stelle rischia di scivolare sul delicato argomento delle quote rosa.

Fra i vari articoli modificati dal documento ce ne sono infatti un paio che toccano anche la questione della parità di genere. L’articolo 12 trasforma la “Commissione per le elette” in “Commissione per le pari opportunità”: al di là della variazione puramente nominale, cambierà la composizione dell’organo, di cui non faranno più parte tutte le elette, ma solo 12 (come per le altre commissioni), a causa delle difficoltà a riunire un numero troppo alto di consiglieri. E già questo aveva causato i primi malumori. Ma il vero “casus belli” è l’articolo 23, che regola la componente di genere nella formazione delle giunta comunali e municipali: fino ad oggi lo statuto prevedeva “la presenza, di norma in pari numero, di entrambi i sessi”; la nuova versione, invece, si limita ad indicare “la presenza di entrambi i sessi”, rimandando alla normativa nazionale per la loro quantificazione. È bastato sopprimere quelle cinque parole, però, per avere una modifica sostanziale: dal 50 e 50 previsto attualmente si passerebbe ad un rapporto più flessibile di 60-40. E questo ha scatenato le proteste dell’opposizione.

Le prime a sollevare la questione sono state le consigliere del Pd, Valeria Baglio e Ilaria Tempesta, seguite a ruota dalle colleghe di partito con una nota che attacca il “vergognoso colpo di mano del M5s”. Per Stefano Fassina di Sinistra italiana la proposta è semplicemente “irricevibile”, per la senatrice di Forza Italia (e presidente della Commissione Equality and non Discrimination del Consiglio d’Europa) Elena Centemero si tratta di una “grave lesione della gender equality”. Dal Campidoglio bollano le critiche come “chiacchiere da bar”: “Non c’è nessuna abolizione delle pari opportunità, ci rifacciamo soltanto ai parametri della legge nazionale”, spiega il primo firmatario del testo, Angelo Sturni. Svista, leggerezza o semplice adeguamento alla normativa superiore, di certo un piccolo ritocco al ribasso delle quote rosa non sarebbe dispiaciuto a Virginia Raggi, che nei primi mesi del suo mandato ha dovuto più volte fare i conti con la questione: quel tetto del 50% si è spesso trasformato in una grana, a causa della difficoltà a trovare figure femminili per ricoprire ruoli chiave in giunta. Il problema si era posto, ad esempio, per la complessa sostituzione della Muraro, prima che via Grillo arrivasse a Roma la Montanari; e anche nella più recente ricerca (tuttora in corso) di un nuovo responsabile per le “Politiche abitative”, che dovrà essere necessariamente di “sesso femminile”.  Quasi un paradosso, per la prima sindaca donna nella storia della Capitale.

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