Nel Paese che un po’ pomposamente ama autodefinirsi “la Patria del Diritto” da un po’ di tempo in qua le norme vengono sistematicamente scritte con il buco. E’ il caso della recente direttiva emanata dal ministero dell’Economia (giugno 2013) volta a rafforzare i requisiti di onorabilità previsti per gli amministratori delle società controllate direttamente o indirettamente dal Tesoro. Direttiva divenuta attualissima in questi giorni per via delle condanne in primo grado per la strage ferroviaria di Viareggio. L’ex amministratore delegato di Trenitalia e di Rfi, Mauro Moretti – attualmente al vertice di Leonardo-Finmeccanica -, nonostante una condanna a 7 anni di reclusione non ci pensa proprio a dimettersi, anche perché – clamorosamente – i reati per i quali è stato condannato (disastro colposo, incendio colposo, omicidio plurimo colposo e lesioni gravissime) non rientrano tra quelli che fanno scattare la decadenza dall’incarico per giusta causa e senza diritto al risarcimento danni prevista per i manager pubblici.

Nel 2013 il Tesoro aveva deciso di stringere le maglie e stabilito che la decadenza degli amministratori scatta anche in caso di condanna non definitiva per determinati reati, come ad esempio per violazioni delle norme che disciplinano l’attività bancaria, finanziaria e assicurativa, e quelle che disciplinano i mercati finanziari e gli strumenti di pagamento. L’elenco dei reati è molto lungo e comprende tutte le disposizioni penali in materia di società e consorzi, i delitti contro la pubblica amministrazione, contro il patrimonio, contro l’ordine pubblico e quelli di natura tributaria. Così, ad esempio, una condanna in primo grado per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni per una rissa allo stadio farebbe scattare la decadenza del manager, così come quella per aver falsificato un assegno o per aver evaso le tasse. Perdono l’onorabilità anche coloro che si macchiano di concorso esterno o di partecipazione a un’associazione per delinquere di stampo mafioso (o meno) o che a qualunque titolo siano coinvolti nel traffico degli stupefacenti e nei reati connessi. E, nel solo caso dell’amministratore delegato, è prevista la decadenza automatica per giusta causa nel caso in cui sia sottoposto a una pena detentiva o a misure di custodia cautelare, inclusi gli arresti domiciliari.

Purtroppo però l’elenco si ferma qui con l’effetto che un molestatore condannato in primo grado sembrerebbe possedere i requisiti per continuare a sedersi nel consiglio d’amministrazione di una società controllata dal Tesoro, almeno fino a quando la sentenza non diventi definitiva. A maggior ragione si può ritenere a posto chi si è macchiato di infrazioni della normativa ambientale e sulla sicurezza del lavoro tali da procurare la morte di lavoratori o di altre persone. Nel caso di Moretti arriviamo addirittura al pluriomicidio (ancorché colposo), alla strage: a Viareggio hanno perso la vita 32 persone. Per comprendere quanto male vengono scritte le norme “nella Patria del Diritto” basti pensare che se il norvegese Breivik – l’autore della strage di Utoya – fosse stato amministratore delegato di una società del Tesoro italiano, sarebbe decaduto automaticamente dall’incarico e le deleghe gli sarebbero state ritirate perché è stato arrestato e non per aver ammazzato 77 persone.

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