Una soluzione, per un conflitto che va avanti da oltre mezzo secolo, non c’è ancora all’orizzonte.  A cinquant’anni dalla guerra dei 6 giorni, è lo scontro tra IsraelePalestina il tema del nuovo incontro della rassegna “Mediterraneo al Cinema” organizzata dall’Unimed (leggi il programma), in collaborazione con la libreria Fahrenheit 451, la casa editrice Castelvecchi e il Fatto Quotidiano in qualità di media partner. Nella cornice del cinema Farnese di Roma, è il giornalista de Il Fatto Quotidiano Stefano Citati a spiegare cosa può avvenire nello scacchiere medio-orientale, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. “Il conflitto arabo-israeliano è diventato marginale? In parte è così, anche per le altre guerre nell’area, su tutte quella in Siria. Trump promette una politica più aggressiva? Un cambio di paradigma c’è, basta pensare anche al nodo del possibile cambio dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. Il pericolo che il cambio di atteggiamento sia negativo c’è, vedremo nelle prossime settimane”, avverte Citati. Oggi però, sottolinea lo stesso giornalista, il numero dei protagonisti nell’area è aumentato. A partire da Mosca: “La Russia può giocare un ruolo influente, soprattutto se gli Stati Uniti cambieranno politica con Tel Aviv”, sottolinea Citati. Ma c’è anche il rischio che l’Isis tenti di inserirsi nel conflitto, come denunciato da Israele: “Le frontiere siriane, libanesi e del Golan sono monitorate costantemente, è possibile che da lì ci siano infiltrazioni. Quanto una parte di questo discorso possa però essere pretestuoso, si vedrà. Certo, il perdurare del conflitto in Siria non aiuta a pensare che non ci possa essere questo rischio”, conclude Citati.

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