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Questi risultati sono, adesso, in corso di validazione anche per i pazienti leucemici. I ricercatori si aspettano, infatti, che nei malati di leucemia le cellule del donatore, modificate con il gene suicida, oltre ad abbattere la possibilità di infezione, possano anche ridurre il rischio che la malattia si ripresenti. “Con questa metodica il trapianto diventa un’arma più potente ed efficace – aggiunge Locatelli -, e possiamo applicarla anche ad altre patologie, come forme leucemiche o talassemiche. Per queste ultime, infatti, prima di questa soluzione il trapianto poteva essere effettuato solo in caso di donatore compatibile al 100%. Intanto – aggiunge l’esperto -, i 20 pazienti pediatrici sottoposti al trattamento, sedici italiani e quattro stranieri (di cui due europei e due degli Usa) hanno tutti beneficiato di un recupero immunologico veloce. E solo due sono stati sottoposti all’attivazione del gene suicida, rispondendo perfettamente in 24 ore. Nel periodo successivo al trattamento, inoltre – conclude Locatelli -, le cellule trapiantate nei pazienti possono arrivare a rappresentare il 70% dei linfociti globali circolanti”.

Sono passati sei mesi e Ariel sta bene. “Non ha avuto effetti collaterali – racconta il papà -. Col passare del tempo, le visite di controllo diminuiranno. Per noi resterà un brutto ricordo, lei credo non avrà quasi per nulla memoria di questa esperienza. Un giorno gliela racconterò. Prima, però, io e mia moglie vogliamo provare ad avere un altro figlio. Sappiamo che esiste il 25% di probabilità di trasmettergli la malattia, ma non ci arrendiamo. Ci affideremo, eventualmente, alla diagnosi genetica prenatale. Intanto, appena possibile – conclude Mauro -, la prima cosa che farò è andare a donare il midollo”.

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Trapianto midollo, “azzerata mortalità bambini con immunodeficienze primitive” grazie a nuova sperimentazione salvavita

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