Col Minoli di ieri sera abbiamo rivisto cose e linguaggi, datati anni ’80. E però la sensazione non era di stare perdendo tempo con una formula vecchia, bensì di avere finalmente il format di tv informativa e di approfondimento che oggi siamo disposti a sopportare dopo aver via via consumato le tre formule che hanno occupato il campo in questi lunghi decenni:

1) il concerto dei character fissi (i politici, gli esperti, la gente etc) dove tutto stava nel comporre il cast degli urlatori di professione sulla falsariga strutturale del Processo del Lunedì;

2) l’inchiesta dal – più o meno – nitido svolgimento, scandito dal montaggio cinematografico che ordina voci, fatti e idee. Genere nobile, ma in difficoltà a farsi spazio dentro la tv che deve essere prima linguaggio e poi contenuto, se non vuole perdere i suoi spettatori;

3) l’inchiesta in diretta, associabile al lontano Lerner di Milano Italia e al più perdurante Santoro protagonista degli ultimi decenni, che organizzavano gli ospiti e i servizi (Lerner ne faceva a meno, Santoro tutt’altro) come fossero strumenti di un’orchestra per uno spartito che stava nella testa del conduttore volto a compiere pezzo dopo pezzo un prefissato percorso narrativo e dimostrativo.

Questi sono stati i generi che hanno segnato la lunga stagione dei talk show politici, finché non ne abbiamo potuto più, forse a causa delle molteplici imitazioni, forse perché gli statuti culturali, sociali ed emozionali che davano linfa a quelle narrazioni si erano nel frattempo disseccati nella stessa realtà che quelle trasmissioni si prefiggevano di rivelare.

In mezzo a queste consunzioni ecco che, dritto dritto dagli anni ’80, pare sorto a nuova vita il metodo Minoli, per il quale l’aggancio con la realtà è costituito da un individuo, dal singolo, concretissimo individuo. Da cui le domande percussive rivolte a una persona che grazie allo sforzo si rivela, costretta a battute, guizzi e smorfie, di fronte e di profilo. Sarà per questo che ieri sera ci è sembrato di capire “il Renzi” più di quanto avessimo mai tirato fuori seguendo qualche apparizione nei talk show.

Il risultato è andato oltre il 4% nonostante che al Terzo Grado seguissero esercizi calligrafici anche graziosi, ma non tali da incatenare il pubblico. Dopodiché siamo qui a chiederci perché la Terza Rete, andandosi a cercare un Semprini sperimentato nell’interrogatorio, non abbia operato per minoleggiarlo ben bene prima che l’inventore di quel format saltasse fuori a riprenderselo.

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