Esprimo qui le mie sensazioni sul piano Italia 4.0, presentato dal governo Renzi per lo sviluppo industriale. Dal mio punto di vista la filosofia di fondo di questa proposta è positiva e ben conosciuta.

Nel 1982 – con ben altri mezzi – il Ministero dell’Industria e della Ricerca (Miur) emise una legge notevole: la legge 46. Essa era dotata di un fondo rotativo che doveva accrescersi ogni anno in occasione delle annuali leggi finanziarie; essendo rotativo con le somministrazioni annuali non poteva che crescere. Era una legge fantastica che io ho conosciuto molto bene, sembrava il ‘bengodi’. Ma era una legge copiata da leggi similari operanti in Germania e in Francia ben più dotate di mezzi della nostra.

Si fecero operazioni per miliardi e miliardi di lire fino a circa la prima metà degli anni 90, poi venne la crisi e non fu più rifinanziata. Non so oggi a che punto sia.

In qualche modo quella legge finanziava studi (ciascuno giudicati dal Mica e dal Miur) che portavano a uno o più dei seguenti quattro obiettivi:
1. Produrre un prodotto nuovo
2. Produrre un processo produttivo nuovo
3. Produrre un prodotto esistente a minori costi
4. Produrre prodotti con ridotte ricadute ambientali

L’ambiente era pulito, a Roma c’erano ingegneri del Ministero molto in gamba – che talvolta operavano con istituti universitari – che valutavano con molto scrupolo le proposte innovative. Non era ambiente da tangenti. Le somme date in prestito a chi veniva approvato per cinque anni non prevedevano restituzioni poi nei successivi dieci anni si restituivano rate pari a un decimo del prestito con interessi – se mal non ricordo – pari al 15% del valore del Libor di Londra.

Non era una legge per fare donazioni graziose: lo Stato aveva tornaconti non irrilevanti, vuoi sulla maggiore competitività delle nostre aziende (anche quelle medio-piccole), vuoi sul consolidamento dei posti di lavoro, vuoi sulle migliori ricadute ambientali che riducevano i costi di risanamenti ambientali e di interventi sanitari. In quella legge era implicito il concetto che la crescita tecnologica creasse disoccupati ma la cosa non dava preoccupazione perché il contesto generale era di un mercato-mondo in espansione e questo favoriva il riassorbimento di prestatori d’opera che, però, dovevano crescere in termini di qualificazione professionale.

Come facilmente si può dedurre, si trattava di un’ottima legge, ispirata a problematiche esclusivamente tecnologiche/ambientali. A quell’epoca il problema non era vendere: tutto il mondo si avvitava su una crescita dell’economia, i prezzi erano (da ormai un paio di secoli) grassi, il rischio imprenditoriale – tutto sommato – abbastanza contenuto.

Devo dire che personalmente ho provato sensazioni fantastiche: ho incontrato moltissime aziende, di varia dimensione. In ben pochi casi – soprattutto in aziende dedite alla subfornitura (Ssm) e la cosa è abbastanza naturale – non ho trovato motivi di rilevante innovazione, vuoi di prodotto (caso più raro) vuoi di processo produttivo (caso più frequente). Grande la fantasia, grandissima la creatività.

Il reticolo logico sotteso a questa legge 46 era esclusivamente production-oriented: lo Stato lasciava completamente libera la classe economica di scegliere i business che voleva: si preoccupava di elevare e possibilmente mantenere ad un livello alto la competitività tecno/economica dei nostri business.

In questa direzione immetteva capitali cospicui: famosissimo l’esempio della Fiat che ottenne 235 miliardi di lire come finanziamento per il motore Fire che equipaggiò la Uno, la Tipo e da cui discendono i motori Fiat attuali. Un vero gioiello tecnologico ispirato dall’ing. Ghidella. C’era forse un inghippo? E se sì, qual era l’inghippo? Ora, se poco apparirebbe credibile per Fiat, la cosa però diventa più spessa per aziende più piccoline: tu risolvi in modo magari eccellente il problema tecnologico. Ma niente ti aiuta a capire quanto nel tempo può durare quel business: lo Stato, cioè, non si interessava della visione di periodo all’interno della quale sempre elevato è il rischio di prodotti nuovi che cannibalizzano quel prodotto per cui ti ha finanziato con generosità.

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