Viene da una famiglia di esponenti della criminalità organizzata dei Monti Lattari il ragazzino di 16 anni che ha architettato l’orrendo stupro di gruppo contro una quasi coetanea di Pimonte, in provincia di Napoli. Proprio colui che ha fatto sesso con la ragazzina di 15 anni e poi ha architettato l’idea di farla filmare dagli amici con gli smartphone, per minacciarla e costringerla in futuro a fare sesso anche con gli altri, altrimenti quei file video avrebbero cominciato a circolare sulla rete.

Il ragazzino prima avrebbe indotto la fidanzata a fare l’amore in campagna, poi ha radunato gli amici, a quattro o cinque alla volta, e infine ha fatto scattare il ricatto. Lei ha denunciato. Sono scattate le indagini. Gli inquirenti hanno interrogato i ragazzi, hanno compilato i rapporti alla Procura dei minorenni di Napoli. E così la storia è cominciata a circolare in paese – a quell’età i ragazzini sono ciarlieri, si vantano, le voci corrono – e quando a fine giugno nella non lontana San Valentino Torio si apprende dello stupro di gruppo di una minorenne in un garage, qualcuno scrive su un sito-blog che anche lì, a Pimonte, sarebbe accaduto qualcosa di molto simile.

Ma in paese tutti conoscono tutti. Così il ragazzino che si è riconosciuto nella descrizione dell’articolo non ha esitato ad affrontare in piazza l’autore. Minacciandolo e costringendolo a rimuovere il pezzo dal web. Gli è bastato pronunciare poche parole. Tutti sanno a quale famiglia appartiene.
Peraltro, sarebbe il figlio di un boss anche il ragazzino non ancora quattordicenne che avrebbe partecipato alla violenza di gruppo. Non è imputabile ed è l’unico rimasto immune dai provvedimenti giudiziari adottati contro gli aguzzini. L’inchiesta comunque è andata avanti. Grazie al coraggio della ragazza che ha denunciato tutto. Fino all’arresto del branco.

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