Soldi off shore che transitavano attraverso filiali lussemburghesi di Intesa Sanpaolo e Ubi. Un’indagine della procura di Milano che è stata archiviata ma potrebbe essere riaperta dalla Cassazione, il cui verdetto sul caso è atteso per il 12 luglio. E, nelle carte dell’inchiesta, il nome di Maurizio Lupi. Che ricorre più volte, identico a quello dell’ex ministro delle Infrastrutture del governo Renzi e parlamentare del Nuovo Centrodestra. Ma il broker che aiutava imprenditori, manager e professionisti e trasferire soldi nel paradiso fiscale, interrogato dai pm, ha sostenuto che c’è stato un errore e l’intestatario di uno dei comparti della scatola lussemburghese non è Maurizio ma il tributarista Raffaello Lupi. A raccontare la vicenda e gli sviluppi dell’inchiesta per riciclaggio aperta nel 2012 è L’Espresso in edicola.

Secondo il settimanale, non solo Intesa e Ubi guadagnavano permettendo ai clienti di far transitare sui loro conti milioni di euro che sarebbero finiti in società basate in Lussemburgo, ma il gruppo allora guidato da Corrado Passera e oggi da Carlo Messina “inviava propri dirigenti” ad amministrare le casseforti da cui passavano i flussi di denaro sospetti. Tra gli altri c’è anche il nome di Giuseppe Castagna, numero uno di Bpm destinato a guidare il gruppo che nascerà dal matrimonio con il Banco Popolare: all’epoca dei fatti, tra 2003 e 2009, era manager della divisione Corporate e investment banking di Intesa e sedeva nel cda della Seb, la filiale lussemburghese dell’istituto di credito italiano. Intesa, Seb e il suo allora numero uno Marco Bus, oltre a Castagna, nel 2012 sono stati iscritti nel registro degli indagati per riciclaggio, per aver gestito il denaro frutto dell’evasione fiscale degli imprenditori piemontesi Giacomini. A ottobre 2015 i pm Giordano Baggio e Andrea Civardi hanno però chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone su Intesa. I legali del gruppo di San Maurizio D’Opaglio (Novara) hanno però presentato ricorso, su cui la Suprema Corte si pronuncerà appunto il 12 luglio.

Nel frattempo dai documenti agli atti dell’inchiesta sono spuntati i nomi di numerosi clienti noti: il gruppo dell’immobiliarista milanese Giuseppe Pasini, l‘ex patron della Borsalino Marco Marenco, l’azienda meccanica friulana Brovedani, quel Paolo Monteverdi a cui faceva capo tra il resto il residence delle Olgettine. E quello che nelle carte viene chiamato più volte “Maurizio Lupi”, senza però altri elementi utili a confermarne l’identità. Il broker Alessandro Jelmoni, ritenuto dai pm lo “spallone” di alto bordo che gestiva l’organizzazione criminale creata per favorire l’evasione, ha infatti detto di non conoscere Maurizio Lupi e riferito che quell’indicazione “è un errore” perché “Lorenzo Barboni”, commercialista cointestatario di uno dei comparti della lussemburghese Titris, “è in rapporti stretti di lavoro con il professore Raffaello Lupi. Sicché per me è un errore l’indicazione di Maurizio”. Ilfattoquotidiano.it ha cercato senza successo di contattare l’ex ministro per chiedergli un commento.

Secondo L’Espresso, il “giallo” sul suo coinvolgimento non è del tutto risolto perché Jelmoni era vicino agli ambienti milanesi di Cl da cui proviene Maurizio Lupi e la sua società di gestione compariva tra i finanziatori di Tempi, periodico di riferimento di Cl. Dagli atti dell’inchiesta, nota Vittorio Malagutti che firma il servizio, non risulta che i pm abbiano svolto ulteriori approfondimenti.

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