Diciamo la verità, perché dovremmo avere il coraggio di ammetterlo dopo venti anni di sbornie maggioritarie. L’Italia non è paese vocato al bipartitismo. Dunque, qualsiasi proposta di legge elettorale dovrebbe prendere in considerazione questo dato di fatto.

Siamo un paese con troppe diversità, ideologizzato, diviso tra credenti e non, comunisti e anti, progressisti e conservatori, post fascisti e persino nostalgici. Una miscela esplosiva impossibile da mettere insieme in due contenitori contrapposti. Come si è tentato di fare a partire dall’inizio degli anni Novanta con i referendum elettorali e le riforme (riforme?) che ne sono seguite. Un fallimento epocale.

Prendiamo la situazione odierna. Ci sono tre grandi forze in campo, Pd, M5S e quel che resta del vecchio centrodestra berlusconiano. Matteo Renzi con il suo sconclusionato Italicum vorrebbe, almeno in teoria, tanto mettere la camicia di forza al sistema per ridurlo, con il maxipremio di maggioranza, ad un universo bipolare. Le proteste, le resistenze che questo tentativo sta incontrando, dimostrano già da sole che lo spirito anglosassone delle grandi aggregazioni contrapposte da noi è sconosciuto, inesistente.

Inutile insistere, perciò. Né con i premi alla lista, né con quelli alle alleanze. Meglio rassegnarsi a considerare la nostra chiara inclinazione per i governi di coalizione: centro-destra o centro-sinistra. Quella roba da prima Repubblica, insomma, con il perno mediano, magari il Pd renziano, a spalare il carbone del compromesso buono solo ad alimentare la “politica dei due forni” di andreottiana memoria. Il tutto magari ammantato dall’antico, vituperato proporzionalismo.

Mi rendo conto che l’epilogo non è esaltante. Ma meglio non illudersi, questa è l’Italia. Almeno al momento attuale.

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