Nel giorno in cui il 68% degli elettori del M5s dice di volere le sue dimissioni, il sindaco di Livorno Filippo Nogarin si difende e si sfoga davanti al suo consiglio comunale. “Ho sempre detto che occupandomi della questione Aamps fosse praticamente inevitabile ‘sporcarsi le mani’, ma ribadisco di essere sereno perché la mia coscienza è assolutamente pulita perché tutte le scelte fatte, pure quelle oggetto di indagine, sono state prese sempre e soltanto nell’interesse dei cittadini”. Il primo cittadino, indagato con una quindicina di persone, tra cui un suo assessore ed esponenti della passata amministrazione Pd, aveva detto di essere pronto a dimettersi. Nogarin risponde di concorso in bancarotta fraudolenta.

L’intervento di Nogarin è stato preceduto da fischi, grida e cartelli “dimissioni” dal pubblico con cori “chi non salta è un indagato” all’ingresso dell’aula consiliare. La seduta è cominciata solo dopo ripetuti richiami all’ordine del presidente del consiglio Daniele Esposito. Ma il primo cittadino comunica che non si dimetterà perché “non ho infranto quelle regole non scritte e che vengono prima della legge e che impongono a un amministratore non solamente di tenere un comportamento moralmente e politicamente inappuntabile, ma di non essere neppure investito da ipotesi di reato che ledono totalmente la credibilità dei cittadini e della stessa macchina amministrativa”.

Al centro di tutto c’è Aamps, inizio e fine di tutti i problemi del Movimento Cinque Stelle a Livorno. L’azienda della raccolta rifiuti, con i suoi debiti e gli spazzini furiosi sotto le scalinate del municipio. Nogarin ha deciso di prendere la strada del concordato preventivo, strada che atterrisce le aziende creditrici e i lavoratori: le prime temono che non vedranno mai i soldi, i secondi di perdere il lavoro per sempre. Ma la Procura contesta al sindaco due atti che lui, Nogarin, ha sempre rivendicato.

Il primo: l’assunzione di 33 precari “storici”, avvenuta il 25 gennaio ben dopo aver deciso di portare i libri in tribunale. Il secondo: l’approvazione del bilancio contro il parere dei revisori. “Se non l’avessimo fatto – ha sempre detto Nogarin – l’azienda sarebbe fallita e 300 persone avrebbero perso il lavoro”. Su questo si fonda la fiducia di Grillo. Sono atti politici, che mettono in evidenza la differenza tra noi e loro. Noi veniamo indagati perché vogliamo fare le cose bene, benissimo. Lodi, insomma, è il ragionamento, non c’entra nulla.

Non sono accusato di aver rubato. Non sono accusato di aver distratto fondi per scopi personali. Non sono accusato di essere un evasore – ha affermato Nogarin – Non sono neppure accusato di aver essermi comprato calze, mutande o la Nutella con soldi pubblici. La Procura sta indagando per una mia scelta amministrativa. Sono certo di aver seguito tutte le procedure alla lettera, ma se le indagini dovessero dimostrare che ho agito violando i principi che ho elencato prima, non esiterò a dimettermi – ha spiegato Nogarin – Questo non in nome dei principi del Movimento: è solo buonsenso, quello che dovrebbe guidare l’azione di ogni politico. D’ora in poi vorrei tornare a occuparmi della città e dei suoi problemi reali”

Nogarin che dalla precedente giunta Pd il governo cittadino ha ereditato “un’azienda decotta“, segnata da una “voragine“. La giunta pentastellata ha “invertito la rotta” facendo emergere “polvere accuratamente nascosta sotto al tappeto”. “Il solo avviso di garanzia che ho ricevuto è relativo a concorso in bancarotta fraudolenta di Aamps che, quando siamo stati chiamati alla guida di questa amministrazione, già aveva svariati milioni di euro di debiti e che senza un nostro intervento sarebbe stata condannata definitivamente. Debiti accumulatisi negli ultimi venti anni di gestione scriteriata dell’azienda nei quali il socio unico, il Comune di Livorno – incalza Nogarin – guidato fino al 2014 dalla stessa forza politica, si preoccupasse di capire le ragioni per cui si era aperta questa voragine. Abbiamo ereditato è un’azienda decotta e con un organico che vedeva un numero sproporzionato di funzionari rispetto a pochissimi operativi, e continuava a stare in piedi solo perché, periodicamente le casse erano ripianate dagli aumenti delle tasse dei rifiuti pagate dai livornesi”.

“La ricetta dei miei predecessori era semplice e a suo modo efficace: ogni volta che il buco si allargava troppo, il comune provvedeva a ricapitalizzare, tanto, in ultima istanza – ha detto il sindaco – pagavano i livornesi attraverso la tassa prima e la tariffa poi. La polvere veniva accuratamente, così, nascosta sotto il tappeto. Noi quel tappeto l’abbiamo tirato via e così abbiamo invertito la rotta”.

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