Prima di lui l’ha messa in mostra Piero Manzoni. E l’ha chiamata merda d’artista. Prodotta al naturale, conservata allo stato puro e inscatolata. Contenuto netto 30 grammi per ogni confezione. Cosa fare, invece, dei 100mila chili di cacca per 30mila litri di latte prodotti ogni giorno nel caseificio di Castelbosco, in provincia di Piacenza? Al proprietario Gianantonio Locatelli, con il pallino dell’ecologia, osservando le mutazioni della cacca, deve essere venuta in mente l’associazione tra analità e opera d’arte (tema tra l’altro letto anche in chiave psicanalitica da Jung) e per il Salone del Design, appena conclusosi a Milano, ha inaugurato il Museo della Merda. Sottotitolo: i prodotti primordiale. Messaggio: non guardiamo alla forma ma alla sostanza. E tutto cominciò con una scoreggia, un miliardo di scoregge, niente avviene per caso. E inizia il circolo virtuoso: emissioni di gas intestinali e raccolta di cacca in speciali contenitori da qui il processo: metano – energia – calore. Si inquina meno, si fanno fertilizzanti e adesso Locatelli commercializza anche la prima linea di oggetti di cacca secca, elemento principale della ‘merdacotta’ che sarebbe poi una rivisitazione del cotto toscano: piastrelle, vasi, piatti e zuppiere. Ci si siede anche su un gabinetto di merda e su grande cubo di merda. Non mancano i quadri di contenuto astratto, fatti con abbondanti manate di cacca. Azzeccato il sottofondo musicale: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono fiori…”, un omaggio a Fabrizio De Andrè.

L’arte è libertà, creatività ma insegna anche a non sprecare, a riutilizzare i materiali. E’ il credo di Luca Trazzi, industrial designer veneziano con studi di progettazione a Shanghai e a Hong Kong e ideatore della celeberrima macchina del caffè Illy, con quella sua aria scapigliata che sembra essere arrivato per caso su un cantiere. Le sue opere sono sempre grandi sculture e monumentali installazioni. Crea per abbatterle. Non le fotografa neanche. Lo fa per lui Wallpaper, la rivista cult di settore. “Nulla è permanente. Guardi un’opera con occhio diverso – spiega Trazzi- se sai che tra quattro giorni non ci sarà più traccia. Cerchi di immagazzinare dentro il più che puoi”. E così sul quarto lato mancante del suggestivo chiostro del Museo Diocesano ha ricostruito una parete di 36 metri fatta di schermi modulari per proiettare con il videomapping immagini clip tra cui dipinti rinascimentali del museo stesso. Tutto qua? No, gli schermi in realtà sono vasche di recupero di vernici. Mentre le due svettanti torri a spirale sono fatte di serramenti, anche loro pronte al riutilizzo.

Gaetano Pesce usa gomma, silicone, resina, cartapesta, argilla, tessuto, privilegia materiali molli e malleabili. La prima volta che ha esposto al Salone del Mobile fu nel 1969 e da subito si presentò come un’artista non convenzionale. La sua poltrona a forma di morbido corpo femminile con aggiunta di palla legata alla poltrona era una denuncia di sottomissione e segregazione in cui la donna è tutt’ora tenuta in molti parti del mondo. Design 2016 ripropone la stessa poltrona, la mette in vetrina e ci siede sopra. Mentre lo stesso messaggio scritto a lettere cubitali gialle su fondo fucsia lo appende fuori dal museo: Nella storia le donne sono state sacrificate. E’ come essere in prigione. E’ come andare in giro con questo peso al piede, una palla legata al corpo della donna con una catena. Altro manifesto: le copie producono assuefazione. L’originale e il diverso stimolano il cervello. A Palazzo Morando in via Sant’Andrea, nel cuore dello shopping che più griffato non si può, le sicure, cariche di pacchi e pacchetti, lanciano un sguardo distratto e tirano avanti. L’altra bellezza è il titolo della mostra in scena fino al 17 luglio. A settembre vola a Los Angeles.

Artisti dentro. Cosa preferisci come carta da visita? Il biglietto da 100mila del gioco Monopoli o un cartonage riutilizzato? Teresa e Renzo (non hanno bisogno di cognomi e ArtistiDentro è il loro logo) sono una coppia di fatto e creativi alternativi. Vivono in campagna e riciclano tutto il riciclabile: i copertoni di camion in disuso dipinti in colori sgargianti diventano delle fioriere, le cassetta da frutta sono delle librerie modulari. Ma il vero cameo è la vecchia macchina da scrivere Olivetti Lettera 22 (la stessa che usava Indro Montanelli) per farne un orto portatile, al posto della tastiera vasetti di rosmarino e di lavanda.
@januariapiromal

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