“Qui è tutta una montatura, una stronzata. Meglio che a Roma guardassero ai loro affari, lì c’è la mafia davvero, non qua”. A Brescello il giorno dopo la decisione del governo di sciogliere l’amministrazione per infiltrazioni mafiose, la piazza che fu di don Camillo e Peppone sembra non accettare che nel paese ci siano state influenze della ‘ndrangheta. Il comunicato di Palazzo Chigi del 20 aprile parla di “accertate forme di condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata”, ma c’è ancora chi mette la mano su fuoco sul fatto che qui le cosche non ci siano: “Tutte manovre politiche che hanno preso di mira Brescello”, spiega una ragazza seduta al bar. C’è chi invece dice “sono di Brescello, ma guardo solo casa mia”. Tutti comunque difendono la famiglia Coffrini: padre e figlio, Ermes e Marcello, ricoprivano la carica di sindaco o assessore proprio negli anni presi in considerazione dalla relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione. Durante il viaggio nel paese incontriamo anche negozianti, emiliani doc, che davanti alla telecamera del Fatto tv non vogliono farsi riprendere: “Non parlo perché io ho un lavoro da difendere”. Quando chiediamo se hanno paura di ritorsioni, replicano: “No. A me quando il cliente viene qua, fa la spesa e mi paga, sia mafioso o no a me non me ne frega niente”. La signora Paola è una delle poche che ammette di essere preoccupata: “Avranno ben guardato prima di prendere una decisione del genere”, dice riferendosi al governo. “Se non c’era niente, non è che Rosy Bindi, la presidente della commissione parlamentare antimafia, si occupava di Brescello”. Un emigrato cutrese, uno dei tantissimi che vivono e lavorano a Brescello e in tutta la provincia di Reggio Emilia, a domanda parla di Francesco Grande Aracri, condannato per mafia e fratello di Nicolino, che i pm considerano boss dell’omonima cosca di Cutro (in Calabria) e punto di riferimento della cosca operante in Emilia: “Francesco è un lavoratore come tutti gli altri: per me è innocente. Non è né ‘ndrangheta, né mafia, ma gente come tutti gli altri”. Andiamo nel quartiere “Cutrello“, chiamato così per la folta presenza di persone provenienti dal comune calabrese. Suoniamo a casa di Francesco Grande Aracri e chiediamo di poterlo intervistare. Intravediamo una persona dietro la finestra che sembra proprio lui, ma nega: “Non c’è Francesco”. Poi prosegue rivolto ai giornalisti: “Su Francesco Grade Aracri la verità non la scrive nessuno. Non dovete fare domande perché tanto scrivete bugie. Siete falsi e buffoni”

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