Nel 1981 Palmina Martinelli fu arsa viva, a quattordici anni. Oggi il suo caso viene fatto riaprire dalla Cassazione, sollecitata dalla sorella della vittima, Giacomina che, sebbene le due persone imputate per il delitto siano state assolte in via definitiva, per trentacinque anni ha contestato l’ipotesi che l’adolescente possa essersi data alle fiamme volontariamente, con l’intento di suicidarsi.

Nell’ospedale di Bari, dove morì in seguito alle ustioni riportate, la ragazzina aveva fatto i nomi dei suoi aguzzini, che le diedero fuoco per punirla di essersi rifiutata di prostituirsi. “Entrano Giovanni ed Enrico e mi fanno scrivere che mi ero litigata con mia cognata. Poi mi chiudono nel bagno, mi tappano gli occhi, mi mettono lo spirito e mi infiammano”, disse la ragazzina al pm Magrone dal suo letto d’ospedale. Le due persone all’epoca imputate, vennero poi assolte in via definitiva nel 1989 dalla Cassazione. La sentenza della Suprema corte riconosceva l’insussistenza del fatto e che confermò i verdetti di assoluzione dei due imputati che in primo e secondo grado erano stati emessi con formula dubitativa.

Con una decisione del 30 marzo, la Cassazione decide che debba essere adesso la Procura di Bari a indagare sulla morte di Palmina. E così si annulla l’ordinanza del gip di Brindisi che il 28 aprile 2015 aveva disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte sopraggiunta “a causa delle ustioni riportate nel suo abbruciamento”.

La Suprema Corte ha cioè accolto il ricorso di Giacomina, che già nell’ottobre 2012 presentò una denuncia alla Procura di Brindisi facendo riaprire il caso. Tre anni dopo la Procura aveva concluso che fosse “ragionevole” ritenere che la ragazzina di Fasano (Brindisi) fosse stata uccisa e non si fosse suicidata. Ora è invece la Corte di Cassazione a riaprire uno spiraglio, accogliendo una questione di competenza territoriale sollevata da Stefano Chiriatti, l’avvocato che assiste la sorella Giacomina. 

Nel 2012 il nuovo esposto della sorella, la consulenza medico legale e la perizia grafologica che accertarono che Palmina si coprì gli occhi con entrambe le mani mentre qualcuno appiccava il fuoco: non volle guardare, ma soprattutto non poté fare tutto da sola. A comprovare l’ipotesi dell’omicidio c’è poi il contenuto del biglietto d’addio ai familiari, che sarebbe stato redatto con due grafie diverse: prova, questa, di una manipolazione.

I giudici hanno ora annullato senza rinvio il decreto di archiviazione del Tribunale di Brindisi e trasmesso gli atti ai pm di Bari perché si indaghi ancora: secondo il vecchio Codice Penale in vigore fino al 1989, infatti, la competenza veniva stabilita sulla base del luogo della morte e non del posto in cui era stato compiuto il reato. La giovanissima vittima morì nel Policlinico del capoluogo pugliese. Tutto il lavoro già compiuto dai pm brindisini che hanno chiesto l’archiviazione sul principio del “ne bis in idem” (mai imputati due volte per lo stesso fatto) confluirà in un nuovo fascicolo.

Nicola Magrone, il pm che all’epoca dei fatti indagò sulla vicenda, sostenne l’accusa e oggi è sindaco di Modugno (Bari), cittadina che sta per intitolare una piazza all’adolescente coraggiosa che in punto di morte fece i nomi dei suoi presunti assassini. “Sono ancora fiducioso che Palmina ottenga giustizia. È una battaglia di civiltà“, spiega Magrone.

 

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