La Rai ha vissuto periodici mutamenti generazionali. A quella anni ’50, liberale e curiosa degli americani è succeduta negli anni ’60 quella a guida cattolica (Bernabei) della narrativa popolare con i grandi sceneggiati, seguita a sua volta (anni ’70 e ’80) dalla Rai lottizzata sì, che pero sprigionava energia proprio nella gara di egemonia fra la Rete 1 a dominanza democristiana, la Rete 2 diretta dai socialisti e, infine, la Terza garantita dai comunisti. Poi, all’inizio degli anni ’90, con la crisi verticale dei partiti, il cda Rai si riempì di precettori, prima tratti dall’università (consiglio Demattè) e poi dall’impresa, qualunque impresa, purché fosse estranea alla comunicazione (consiglio MorattiMarchini).

A seguire, dopo un transitorio e velleitario tentativo di rilancio industriale, ma dentro il recinto del duopolio, sviluppato dalla coppia ZaccariaCelli si è passati ai consigli del tran tran e della decadenza parallela, con la Rai che perdeva fascino fra i meno anziani e credibilità fra i più reattivi, e con Mediaset a cercare, senza trovarlo, il bandolo per diversificarsi e reinventarsi in un business della comunicazione tutto nuovo. Il penultimo stadio è stato quello dei “tecnici” nominati da Monti che hanno migliorato Tg1 e fiction. Infine, dopo tanti avvicendamenti, i protagonisti delle ultime nomine sono, come si legge e come lamenta l’Usigrai, gli “esterni”.

A dire il vero, esterni sono solo una parte dei nominati, ma non c’è dubbio che “esterna” sia l’esperienza e l’idea di televisione di Campo Dall’Orto, di Dallatana e di Bignardi, mentre anche Fabiano e Teodoli, sembrano più esperti che interni. Accade così che, a differenza di quanto accadde in Inghilterra, dove i quadri cresciuti in BBC (la tv nata prima delle altre) ne sono costantemente usciti per dare corpo alla tv commerciale e alle imprese private di produzione, da noi il movimento è inverso: sono i quadri maturati nella tv commerciale e gli interni Rai che più gli somigliano, che oggi sono chiamati a dare senso alla tv pubblica giunta estenuata all’appuntamento col suo futuro.

Intanto, l’elemento critico saranno le risorse. Oggi il Servizio Pubblico ha senso solo se riesce a costituirsi come editore di riferimento dell’intero sistema della comunicazione multimediale, e qui l’esito dipenderà più che dalle abilità dei singoli dalla dimensione della spesa e degli investimenti su cui potranno agire. Per questo pensiamo che la attuale “Rai degli esterni” la sua partita se la giocherà per davvero solo se riuscirà a rimettere in circolazione le risorse oggi variamente congelate in vecchi e inutili assetti, specie nei Tg. In altri termini, come il Colosseo per i palazzi dei Barberini, la vecchia gloria dovrebbe fornire il materiale di costruzione per la nuova azienda, perché in Rai, e non solo, se non destrutturi non strutturi. E le tende degli esterni accampate tra i ruderi non sarebbero un bel vedere.

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