La Cina ha un problema da 28mila miliardi di dollari. Ovvero l’ammontare del suo debito, il cui valore è cresciuto di quattro volte rispetto al 2007 e ha superato il 282% del Pil: una percentuale che sarebbe considerata inaccettabile nell’Unione europea dei vincoli di bilancio e al cui confronto gli Usa, dove il rapporto è del 103%, sono un esempio virtuoso. Una zavorra ancora gestibile, grazie ai tassi di crescita registrati fino a oggi dal Paese, ma sempre più preoccupante mano a mano che l’economia rallenta, mettendo in allarme i mercati di tutto il mondo. Ecco perché durante il fine settimana il Comitato centrale dell’Assemblea nazionale del popolo, la camera legislativa di Pechino, con una decisione senza precedenti ha fissato un tetto al debito degli enti locali: di qui a fine anno potrà aumentare “solo” di 600 miliardi di yuan, pari a 940 miliardi di dollari. A fine 2015 il totale, che oggi stando alle stime del governo è a quota 15.400 miliardi di yuan, non potrà superare i 16mila, che equivalgono a 2.500 miliardi di dollari. Non solo: il debito non potrà superare il totale dei ricavi fiscali che l’ente è in grado di riscuotere.

Un freno notevole se si considerano i ritmi di crescita che l’esposizione di province, municipalità e regioni dell’ex Celeste impero ha fatto registrare negli ultimi tempi: a giugno 2013 i governi locali erano esposti per 10.900 miliardi di yuan. In un solo anno la cifra è lievitata di oltre il 40%, finendo nel mirino di un rapporto della società di consulenza McKinsey, secondo la quale è “probabilmente insostenibile“. L’incremento è stato determinato dagli investimenti in infrastrutture messi in campo dopo la crisi del 2008 per sostenere la crescita, ma ora il quadro è radicalmente cambiato e anche Pechino si è convinta che è una fonte di instabilità per il sistema finanziario.

L’intervento segue la riforma varata lo scorso aprile dal ministro delle Finanze Lou Jiwei, che ha consentito agli enti locali di emettere 3.200 miliardi di yuan di titoli obbligazionari (bond) a lunga scadenza con garanzia statale per rimpiazzare quelli già in circolazione, che sono a breve termine e ad alto rendimento. Questo con l’obiettivo di ridurre la spesa per interessi e rinviare il problema, visto che molti bond sarebbero scaduti nella prima metà del 2015.

Ma le nuove emissioni vanno ad appesantire i bilanci delle banche commerciali, che ne sono i principali acquirenti. E che ultimamente, nonostante siano controllate dallo Stato, hanno iniziato a tirarsi indietro di fronte alla richiesta di farsi carico del problema. Per esempio la stampa cinese ha dato notizia del fatto che il 7 agosto la provincia di Liaoning, dove l’attuale premier Li Keqiang è stato segretario del partito dal 2004 al 2007, non è riuscita a trovare compratori per un bond a dieci anni: si tratta del primo caso dal 2011 in cui un’asta di titoli bandita da un governo locale è andata deserta. Non solo: il tasso di interesse si è attestato al 3,99%, la parte più alta della forchetta fissata dal governo provinciale. Secondo analisti locali, il flop non dipende solo dalla debolezza economica della ex Manciuria, che nella prima metà del 2015 è cresciuta solo del 2,6%. A pesare è stato anche il  fatto che alcune banche hanno preteso rendimenti superiori perché i governanti locali non hanno promesso l’usuale “scambio“: tassi bassi a fronte del deposito di una parte della loro liquidità nelle casse dell’istituto.

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