Proviamo ad immaginare un siciliano o un calabrese dopo il 1861 quando le sue condizioni economiche e sociali, la sua moneta, le sue stesse abitudini familiari, le stesse unità di misura stavano cambiando vorticosamente sulla scia di quella che i critici chiamarono piemontesizzazione dell’Italia.

Indubbiamente alcune liberalizzazioni, l’allargamento del mercato misero in crisi l’economia del sud e le forme tradizionali di protezione sociale che per quanto paternalistiche o clerico-assistenziali erano comunque presidi per le fasce più deboli della popolazione. Cambiò la bandiera, cambiò la casa regnante, si impose una nuova lingua anche in ambiti prima riservati esclusivamente ai dialetti, si avviarono processi di modernizzazione nacque la questione meridionale.

Ci fu un’opposizione che assunse forme eversive, alcune delle quali puntarono, sotto la guida clericale e borbonica, alla restaurazione degli Stati regionali. Altri gruppi locali tentarono di negoziare in termini loro più favorevoli il nuovo quadro nazionale.

In tutti casi però l’opposizione sembrava subalterna, residuale rispetto ad un futuro che appariva più convincente con il volto della nuova Italia della scolarizzazione, degli ospedali, delle ferrovie insomma l’Italia della modernità i cui interpreti principali erano gli intellettuali e il ceto medio che con l’allargamento degli apparati statali trovarono occasione di impiego e di status. Insomma allora si poteva dire perdiamo la nostra autonomia, ma guadagniamo tutti in libertà.

Oggi si può dire la stessa cosa con l’Unione Europea? L’Ue ha garantito la pace in quella parte del mondo che in un quarto di secolo aveva scatenato due conflitti mondiali ed espresso l’orrore dell’Olocausto. Delle due sue politiche, quella della convergenza e quella della coesione, prevale nelle valutazioni quotidiane la prima che impone regole, allineamenti, disciplina. Della seconda, quella della coesione, che con i fondi strutturali drena a favore delle regioni europee meno sviluppate ingenti risorse, non si parla se non per i ritardi e le difficoltà della sua applicazione.

Eppure è attorno a quei fondi che si potrebbe creare un nuovo blocco sociale i cui interessi potrebbero coincidere con il destino dell’Europa, del suo consolidamento e della sua trasformazione progressiva in stato federale.

Questo potrebbe essere il campo di una sinistra europea che metta insieme sensibilità sociali e prospettive istituzionali, una sinistra che darebbe alla ragione una forza, neutralizzando chi punta con successo a riproporre la ragione della forza o dei numeri o delle identità.

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