Economia

Rapporto Svimez, tra 2000 e 2013 il Sud Italia è cresciuto la metà della Grecia

Nel Mezzogiorno il Pil pro capite è poco più della metà che al nord. Sul fronte lavoro, donne e giovani sono i più penalizzati. “Rischio di desertificazione industriale e sottosviluppo permanente”

Il Mezzogiorno è la Grecia d’Italia e si avvia verso “un sottosviluppo permanente”. Se il Paese ellenico dal 2000 al 2013 è cresciuto del 24%, il Sud della Penisola si ferma al 13%. Contro il 53,6% che rappresenta la media dell’Europa a 28. Scenario nero anche sul fronte dell’occupazione: “Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat”. E i più penalizzati sono donne e giovani: per questi ultimi, in particolare, si parla di una “frattura senza paragoni in Europa“. I dati sono contenuti nel “Rapporto 2015 sull’economia del Mezzogiorno” dello Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Che sottolinea come nei 13 anni considerati dall’indagine l’Italia nel suo complesso sia stato il Paese con meno crescita dell’area euro a 18: il tasso cumulato di avanzamento del pil è stato del 20,6% a fronte di una media del 37,3%. Un dato confermato dal bollettino della Bce diffuso proprio giovedì.

Nel complesso, quello che emerge dal rapporto è il ritratto di “un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è alla deriva e scivola sempre più nell’arretramento” oltre ad essere “ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente”. 

A rischio povertà una persona su tre – In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 53,7% del valore nazionale, un risultato mai registrato dal 2000 in poi. Lo scorso anno infatti quasi il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12 mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord. Nel dettaglio a livello nazionale, il Pil è stato di 26.585 euro, risultante dalla media tra i 31.586 euro del Centro-Nord e i 16.976 del Mezzogiorno. A livello di regioni il divario tra la più ricca, Trentino Alto-Adige con oltre 37mila euro, e la più povera, la Calabria con poco meno di 16mila euro, è stato di quasi 22 mila euro, in crescita di 4 mila euro in un solo anno. Tutto questo si riflette nel rischio povertà che coinvolge una persona su tre al Sud e solo una su dieci al Nord. In Sicilia il rischio riguarda il 41,8% della popolazione, in Campania il 37,7%. In generale al Sud la povertà è aumentata rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord.

Per la prima volta sotto quota 6 milioni di occupati – “Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro”, si legge nello studio. Che sottolinea come lo scivolamento sotto i 6 milioni di occupati sia grave perché si tratta di una “soglia psicologica” mai superata. Il tasso di disoccupazione arriva nel 2014 al 12,7% in Italia, quale media tra il 9,5% del Centro-Nord e il 20,5% del Sud. Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133mila), mentre il Sud ne ha persi 45 mila. Segnali di un debole miglioramento solo nell’ultimo periodo: tra il primo trimestre del 2014 e quello del 2015 gli occupati sono saliti in Italia di 133mila unità, di cui 47mila al Sud e 86mila al Centro-Nord. Rimane il dato che tra il 2008 e il 2014 delle 811mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro ben 57mila sono residenti a Sud.

Lavora solo una donna su cinque – Al Sud lavora solo una donna su cinque. Nel 2014, a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 64% nell’Europa a 28 in età 35-64 anni, il Mezzogiorno è fermo al 35,6 per cento. Ancora peggio, sottolinea Svimez, se si osserva l’occupazione delle giovani donne under 34: a fronte di una media italiana del 34% (in cui il centro-Nord arriva al 42,3%) e di una europea a 28 del 51%, il Sud si ferma al 20,8 per cento. Per quello che riguarda i giovani Svimez parla di una “frattura senza paragoni in Europa“: il Sud negli anni 2008-2014 ha perso 622 mila posti di lavoro tra gli under 34 (-31,9%) e ne ha guadagnati 239mila negli over 55, con un tasso di disoccupazione under 24 che raggiunge il 56%. Questa situazione porta a credere che studiare non paghi più, “alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata”. Infine, sono meridionali quasi 2 milioni di Neet, ovvero i giovani che non lavorano né studiano.

Produzione industriale e investimenti – Dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 34,8% del proprio prodotto , contro un calo nazionale del 16,7% e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%), tanto che nel 2014 la quota del valore aggiunto manifatturiero sul Pil è stata pari al Sud solo all’8%, ben lontano dal 17,9% del Centro-Nord. Dato che fa il paio con la caduta delle esportazioni che in nel Centro-Nord salgono del 3% e al Sud crollano del 4,8%. Il Sud sconta inoltre un forte calo sia dei consumi interni che degli investimenti industriali. I consumi delle famiglie meridionali sono ancora in discesa, arrivando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. Se si guarda dall’inizio della crisi al Sud i consumi sono scesi del 13,2%, oltre il doppio che nel resto del paese.

Anche peggiore la situazione degli investimenti: 2008 al 2014 sono crollati del 38%, mentre il calo nel Centro-Nord è stato pari al 27%, con una differenza di 11 punti percentuali. Anche nel 2014 gli investimenti fissi lordi hanno segnato una caduta maggiore al Sud rispetto al Centro-Nord: -4% rispetto a -3,1 per cento. A livello settoriale, si è registrato un crollo epocale al Sud degli investimenti dell’industria in senso stretto, ridottisi dal 2008 al 2014 addirittura del 59,3%, oltre tre volte in più rispetto al già pesante calo del Centro-Nord (-17,1%). Giù anche gli investimenti nelle costruzioni, con un calo cumulato del -47,4% al Sud e del -55,4% al Centro-Nord. Quasi allineata nella crisi la dinamica dei servizi collegati all’industria: -33% al Sud, -31% al Centro-Nord.

Non è immune dal crollo nemmeno la spesa pubblica. A livello nazionale dal 2001 al 2013 la spesa pubblica in conto capitale è infatti diminuita di oltre 17,3 miliardi di euro da 63,7 miliardi a 46,3 ma al Sud il calo è stato di 9,9 da 25,7 a 15,8. Scendono soprattutto al Sud i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese pubbliche e private: tra il 2001 e il 2013 si è registrato un calo del 52%, pari a oltre 6,2 miliardi di euro.

Nascite al minimo da 150 anni – “Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili”. Il Sud, si legge nel rapporto, “è quindi destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27,3% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%”.