Sabato 11 luglio alle ore 6 e 30 del mattino si è verificato una poderosa esplosione in via Al Gaala al Cairo dove si trova la sede del consolato italiano. Un morto, 7 feriti e la distruzione di molte case intorno al palazzo preso di mira. Alcuni giorni fa l’esplosione di una macchina imbottita di tritolo ha causato la morte del procuratore generale Hisham Barakat, e ancora prima un attacco ad un posto di controllo nel Sinai che ha fatto secondo le fonti ufficiali 17 morti fra i soldati e 100 fra i terroristi. Gli egiziani si sentono in guerra contro il terrorismo: questo è comprensibile considerato il numero di atti di violenza a cui sono sottoposti.

Una prima considerazione fa fatta e riguarda il fatto che la prima volta che una sede diplomatica è presa di mira al Cairo, inoltre secondo il politologo egiziano Yousri Al-Azabawi, questo attentato mira a dimostrare che i terroristi vogliono colpire le sedi diplomatiche di quei paesi che sostengono l’Egitto creando così una situazione di incertezza che si riverbera anche negli investimenti. Poi vi è un avvenimento maggiore e cioè quello del 6 agosto, il giorno dell’inaugurazione del nuovo canale di Suez e a cui assisteranno numerosi capi di Stato.

La rivendicazione di questi atti terroristici hanno tutti la stessa matrice: l’Isis. A mio parere ci troviamo di fronte allo stesso scenario di altre volte: si tratta di gruppi locali che trovano più comodo proclamarsi affiliati all’Isis perché hanno più visibilità producendo quell’effetto di risonanza nell’opinione pubblica araba e occidentale di trovarsi di fronte ad uno Stato, il Califfato, che avanza e controlla e porta le sue azioni nel cuore delle nazioni. Quest’ultima constatazione non ci esime dalla più stretta sorveglianza perché le armi, l’esplosivo, il sostegno tecnico sono certamente di matrice Isis.

Un altro particolare deve essere preso in considerazione: le azioni terroristiche dell’Isis sono molto più sanguinarie e mirano a mostrare la morte come punizione per coloro che sono infedeli. Gruppi locali abbiamo detto ma non credo si possa escludere una collaborazione dei Fratelli musulmani che, dopo l’ascesa del generale Al-Sisi, hanno subito interventi duri della polizia e molti di essi, compreso l’ex presidente Morsi, condannati a morte.

Il quadro che si presenta è alquanto complicato e l’esercito egiziano si trova in difficoltà non riuscendo ad estirpare le radici del terrorismo nel Sinai perché non sta dando i suoi frutti la politica di alleanza tra lo Stato e alcune tribù senza il cui consenso il terrorismo non potrebbe sopravvivere. Allora da una parte un’azione destabilizzatrice con attentati, dall’altra una politica essenzialmente connotata dalla repressione.

In seguito agli attentati, ad esempio, è stata ratificata dal governo una legge antiterrorismo e che doveva essere inviata alla presidenza della Repubblica. In essa vi era un articolo, il 33, che prevedeva la prigione per quei giornalisti che avessero pubblicato notizie sul terrorismo che non fossero di fonte governativa. Questo ulteriore passo verso il restringimento delle libertà di stampa ha messo in moto una mobilitazione del sindacato dei giornalisti il quale è riuscito a bloccare questo articolo. Ma è sufficiente aver bloccato un articolo quando ci troviamo di fronte ad una legge che riprende fedelmente la legge penale varata da Mubarak. Vi è un articolo ad esempio che affida al presidente della Repubblica tutti i poteri senza dichiarare lo stato d’urgenza.

Forse ci troviamo di fronte ad una strategia più sottile del terrorismo: da una parte creare una situazione di incertezza che faccia breccia sugli investitori stranieri; spingere lo Stato a prendere misure sempre più liberticide provocando un’esasperazione nella popolazione che vede sempre più allontanarsi gli ideali della rivoluzione. Una strategia che meglio si adatta quando l’avversario da battere è uno Stato come l’Egitto.

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