Sono lieta che la Durex, la nota azienda di produzione di preservativi, abbia escluso un proprio coinvolgimento nell’immagine, diffusa sul web, nella quale viene ritratto l’ahimè noto Mattia (detto “Tia”) Sangermano con la scritta “Di buone ragioni ce ne sono mille, oggi ne basta una!”, sotto la quale campeggia, appunto, il logo della “Durex”. Il tutto era stato erroneamente presentato come campagna pubblicitaria, ma questa ipotesi sembrava improbabile sin dall’inizio; l’azienda di profilattici non ne sapeva nulla e qualcuno ha semplicemente fatto un collage di immagini e s’è inventato uno slogan pubblicitario al solo fine di continuare un’oramai stanca operazione di crocifissione di un giovane ingenuo, che ha sbagliato, ha detto un’infinità di sciocchezze ma sul quale è ora che venga steso un velo di silenzio.

Ci sono due aspetti che rendono sbagliata l’operazione in corso su Tia Sangermano; aspetti prima di tutto etici, ma se si vuole anche pratici. Inizio dalla presunta campagna pro-profilattico. È questo un ambito sin troppo “serio” per scherzarci sopra al solo fine di evidenziare una volta di più l’insensatezza delle affermazioni del giovane. Il quale, si ricorderà, nelle stesse ore in cui Milano ancora si leccava le ferite per le devastazioni del Primo maggio, opera di un’orda di un qualche centinaio di Black bloc, Sangermano sembrava giustificare quei gesti, ripetendo un impacciato e sincopato “ci sta”. Qualche giorno dopo ha però ritrattato tutto, ammettendo la dabbenaggine presente nelle sue affermazioni e quasi scusandosi. Questo avrebbe dovuto mettere la parola fine. Invece l’immagine del giovane ha continuato a circolare viralmente sui social media e ad essere oggetto di scherno, usato come paradigma di stupidità e persino per speculazioni e propaganda politica. E così, tra i tanti, un immancabile Matteo Salvini non ha perso tempo per giocare la “carta Sangermano” e usare il giovane da modello contrario per quello che la Lega Nord persegue, al fine di garantire sicurezza e vivibilità nelle città italiane.

Ma si diceva della campagna-profilattico: un tema che conosco molto bene. So bene che spesso questi messaggi devono basarsi su iperboli portate all’eccesso, per cogliere il forte interesse del consumatore, e portare una corretta abitudine nel quotidiano delle persone. Ma una campagna coinvolgimento di Sangermano di utile non avrebbe avuto nulla! È sbagliato speculare sugli errori di un giovane – che tra l’altro ha un nome e un cognome, un’immagine e probabilmente, in questo momento, una vita impossibile – per veicolare un messaggio pubblicitario, anche di importanza sociale non indifferente.

Sangermano ha il diritto all’oblio. Ha sbagliato ma successivamente, tra l’altro mettendoci di nuovo la faccia, ha ammesso il suo sbaglio e forse, anche per questo, la pubblicistica negativa nei suoi confronti non s’è affatto placata. Tutto ciò mi porta a riflettere, e ragionare su quel secondo aspetto etico che prima citavo. Mi sembra di notare una sorta di accanimento poco razionale con cui la nostra società giudica l’errore di un giovane. Ripeto, la circostanza mi fa pensare, sulla forte volontà di non perdonare affatto Sangermano, ma arrivare addirittura a chiederne la “non-esistenza”, ipotesi verso la quale punta la “presunta-pubblicità” di un profilattico che gioca sulla possibilità di un mancato concepimento.

Questa condanna implacabile riguarda solo l’ingenuo Tia o la nostra società la applica a tutti i giovani che sbagliano? Rifletto allora su quanto s’è detto in questi anni relativamente alla poca considerazione di cui gode chi ha meno anni sulle spalle; e penso alle opportunità negate, ai tassi di disoccupazione giovanile e ai cervelli in fuga, molto spesso ventenni con un sacco di belle idee in testa ma che in questo Paese non potranno mai essere realizzate. Ma forse anch’io mi sto lanciando in un’iperbole un po’ azzardata, accostando il caso Sangermano a quello dei giovani ricercatori universitari in cerca di futuro.

Quello che voglio dire è di non trasformare il ragazzo di Lacchiarella (Mi) nel capro espiatorio a cui addossare tutte le responsabilità dei “figli di papà”, colpevoli delle devastazioni del primo di maggio. Quello di cui abbiamo bisogno non è un modo facile di utilizzare la colpa di qualcuno per farci pubblicità e chiudere campagne elettorali, ma individuare la corretta prospettiva con la quale inquadrare il presente, comprendere gli eventi e soprattutto capire i nostri giovani.

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