La Bianchini Costruzioni, coinvolta nell’inchiesta antimafia “Aemilia”, potrà tornare a lavorare nei cantieri della ricostruzione post terremoto. E’ un provvedimento senza precedenti che annulla, di fatto, l’interdittiva antimafia scattata nel 2013 contro la storica azienda modenese per aver assunto soggetti “riconducibili a cosche di grande spessore criminale di origine calabrese”, quello siglato dal prefetto di Modena Michele di Bari, che il 3 aprile scorso ha ammesso la Bianchini Costruzioni alla white list. L’elenco, cioè, di fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a rischio di inquinamento mafioso, introdotti con il decreto legge 174/2012 per stabilire chi può accedere alle gare d’appalto nei territori interessati da eventi calamitosi, e chi no. Concedendole, quindi, il via libera per tornare a operare nell’Emilia Romagna del dopo sisma.

L’operazione, si evince dal provvedimento della prefettura di Modena, permetterà infatti all’azienda da 150 dipendenti, travolta prima dalla crisi economica, poi dallo scandalo – amianto, e infine dalla maxi inchiesta condotta dalla Dda di Bologna contro la ‘ndrangheta nelle regioni del Nord, di riaprire i battenti sotto la gestione dell’amministratore giudiziario Rosario Di Legami, nominato dal gip di Bologna Alberto Ziroldi, pur con alle spalle il fallimento sancito dal tribunale di Modena, dopo che la procedura di concordato preventivo non era andata a buon fine. Alla società, inoltre, saranno restituiti i macchinari, un centinaio, sequestrati dalla magistratura penale sempre nell’ambito della maxi operazione contro la criminalità organizzata.

Fuori dall’iter, approvato dalla procura, ancora impegnata nelle indagini sulla presenza mafiosa in Emilia Romagna, allo scopo di salvare un’azienda storica del territorio, invece, resterà la famiglia di Augusto Bianchini, titolare della società, finito in manette assieme al figlio Alessandro e alla moglie Bruna Braga proprio nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Bologna.

Tra i reati contestati a Bianchini, ora ai domiciliari dopo un periodo passato in carcere, il concorso esterno in associazione mafiosa, per aver “concretamente contribuito – scrive il gip – pur senza farne formalmente parte, al rafforzamento, alla conservazione e alla realizzazione degli scopi dell’associazione mafiosa”. Secondo gli inquirenti, infatti, l’imprenditore, titolare dell’omonima ditta, era una figura chiave per l’infiltrazione della ‘ndrangheta nei lavori relativi alla ricostruzione successiva al sisma del 2012.

E sempre a Bianchini sono imputati gli illeciti ambientali finiti tra le carte dell’inchiesta “Aemilia”. L’azienda, infatti, avrebbe in passato miscelato amianto assieme alla terra per farne materiale da pavimentazione, così da trarne, secondo i pm, “un ingiusto profitto”. Materiale poi utilizzato sempre nella ricostruzione dell’Emilia terremotata, tra gli altri, nei cantieri di scuole, strade, campi di accoglienza per sfollati, aziende, e la caserma dei vigili del fuoco di San Felice sul Panaro, e reperito in un deposito non autorizzato situato nel terreno della ditta.

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