Tra le 20mila e le 30mila persone, ogni mese, stanno lasciando il Kosovo per l’aggravarsi della crisi politica. Le autorità locali hanno tentato sino ad oggi di tenere nascosta la questione temendo reazioni da parte dell’Ue, ma una relazione ufficiale è stata presentata e discussa intensamente in Parlamento. Negli ultimi due mesi hanno lasciato il paese almeno 50.000 persone, compresi 6.000 studenti delle scuole elementari. In tutto negli ultimi 5-6 mesi i migranti sono stati 150.000, vale a dire il 6-7% della popolazione, stimata ora in meno di 2 milioni.

Di questi, circa 8mila migranti sono stati arrestati in Ungheria nell’ultima settimana, dopo essere entrati nel Paese senza documenti regolari. A Budapest la polizia di frontiera, dallo scorso primo febbraio, ha registrato un anomalo flusso di persone che cercavano di entrare nel Paese dalla città meridionale di Szeged, vicino al confine serbo. Da tempo il primo ministro Viktor Orban ha annunciato l’intenzione di rafforzare le misure preventive per impedire l’immigrazione e come primo atto parlamentare ecco il tentativo della maggioranza, con il deputato Antal Rogan, di modificare le norme sull’immigrazione con apposito decreto legge.

Il dato kosovaro si somma al nuovo trend dell’emigrazione 2.0 che si snoda non più sui motoscafi o sui barconi della speranza attraversando il canale d’Otranto, ma con vere e proprie carovane. Le nuove rotte dell’emigrazione puntano ai Balcani da cui è più semplice giungere all’agognata meta del nord Europa e, di fatto, bypassando l’Italia. Un vero e proprio “exodus”: parte infatti da Atene, fino a Fyrom e poi alla Serbia, la nuova carovana della disperazione post guerra in Siria, con lunghissime colonne umane composte da interi nuclei familiari che si spostano di notte, camminando come formiche lungo i binari delle ferrovie con l’obiettivo di giungere quanto prima in Germania e Svezia.

E’la ragione per cui proprio dalla Grecia prende avvio il progetto “Balcan Project Migration“. A dirigerlo il dott. Stathis Kyrousis, di Medici Senza Frontiere che, dopo le esperienze in Afghanistan, Armenia, Congo e Iraq, è stato chiamato in Grecia per gestire questa nuova e straordinaria emergenza.

“Il nostro obiettivo – spiega a IlFattoQuotidiano.it – è di prestare cure e soccorsi a tutti, senza chiedere loro né la carta di identità né la destinazione. Si tratta di gruppi che di giorno dormono in vecchie fabbriche o nei boschi e che di notte si mettono in marcia, coperti dal buio, per attraversare tutti i Balcani a piedi. Un viaggio difficilissimo, durante il quale le emergenze medice e sanitarie sono moltissime”.

Non più solo disperati o cittadini alla fame in fuga, quindi, ma anche famiglie, con anziani e bambini, lavoratori che sono stati costretti a lasciare le proprie case a causa della guerra in Siria. Negli ultimi due anni il flusso dei siriani che giungono in Grecia è aumentato del 700%, conferma Apostolos Veizis, direttore di MSF Atene. “E’ quella la nuova falla sociale dell’Eurasia. Mentre nel 2013 ne abbiamo contati quasi novemila, lo scorso anno sono stati trentamila”.

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