Si chiude un autunno di alluvioni e frane, che hanno occupato per giorni le prime pagine dei giornali e le poltrone dei talk show in tutto il bacino del Mediterraneo. Nel 1970 la commissione De Marchi aveva spiegato che la difesa del suolo ha due pilastri: la geologia e l’idrologia. Se la European Geosciences Union ha 13.000 membri e l’American Geophysical Union 62.000 soci da tutto il mondo, in gran parte esperti di queste due discipline, questi ricercatori in Italia si stanno estinguendo. Un scienziato scomparso da poco, Piero Villaggio, scrisse molti anni fa che, entrando a piedi uniti nelle università sotto la bandiera dell’aziendalismo, la politica le avrebbe rese facile preda dei “burocrati astuti a scapito dei ricercatori appassionati ma disaccorti”. Purtroppo aveva ragione. Una testimonianza della deriva dell’università e della ricerca italiana la offre qui il Dr. Riccardo Fanti, geologo dell’Università di Firenze, ricercatore appassionato e docente di Idrogeologia Applicata, coordinatore del Comitato di Scienze della Terra del Consiglio Universitario Nazionale.

Il terremoto dell’Emilia del 2012 è uno dei tanti disastri naturali del nostro Paese che dopo pochi giorni o settimane sono scivolati prima attraverso le pagine dei giornali, poi nell’oblio dell’opinione pubblica e infine, ammesso ci siano mai entrati, fuori dalle liste di priorità dei governi.

Nel caso dell’Emilia (27 vittime e 13 miliardi di danni) avvenne però un piccolo, ma significativo evento: nel corso di un’interrogazione parlamentare fu chiesto al governo di spiegare perché una regione con tali rischi geologici e con quattro atenei non avesse più in nessuno di essi un Dipartimento di Scienze della Terra. Per preparare la risposta, dal Ministero dell’Università partì un fax ai quattro atenei chiedendo lumi su tale situazione.

È da immaginarsi la sorpresa dei riceventi: i dipartimenti non c’erano più a seguito della Legge 240/2010 (cosiddetta Legge Gelmini, allora Ministro dell’Università) che aveva costretto gli Atenei ad accorpare le Scienze Geologiche in Dipartimenti multidisciplinari per ottemperare ai limiti minimi di numerosità dei docenti. Il Ministero chiedeva dunque alle Università di motivare le conseguenze, inevitabili, di una misura voluta dal Ministero stesso: non c’è comunque da meravigliarsi troppo, poiché quasi sempre si adottano riforme senza fare simulazioni di processo e l’Università è in questo un caso esemplare.

Bologna, Modena, Ferrara e Parma sono peraltro in numerosa compagnia. La norma sulla numerosità minima ha determinato in oltre 20 università la scomparsa dei Dipartimenti di Scienze della Terra, che oggi resistono, comunque al limite dell’estinzione, solo in otto sedi.

La Legge 240 non è tuttavia la sola responsabile: in Italia, paradigma dei rischi geologici, le Scienze della Terra sono la più piccola delle aree disciplinari in cui è organizzato il mondo universitario e hanno negli anni consolidato questo non invidiabile primato. Negli ultimi 15 anni i geologi nelle Università sono diminuiti del 15%, mentre quasi tutte le altre discipline si sono ingrandite, con casi di crescita fino a quasi il +50%.

I sempre meno geologi nelle Università italiane hanno già iniziato a perdere terreno nel campo della formazione, riducendo l’offerta di corsi di dottorato. È facile prevedere che tale processo porterà presto a diminuire il numero di corsi magistrali e triennali e a formare sempre meno nuovi geologi, in un processo a retroazione che, inevitabilmente, rischia di condurre all’estinzione.

Importeremo geologi dall’estero? In linea di principio è possibile, ma la geologia è una scienza assolutamente legata al territorio e un geologo straniero ben difficilmente potrà essere altrettanto efficace di un collega che, in Italia, si è formato nelle aule, ma soprattutto sul terreno.

Riccardo Fanti

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