Nessun colpevole per la morte dei manifestanti durante i 18 della rivoluzione del 2011. La sentenza di sabato che ha scagionato l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, il suo ex Ministro degli Interni e sei funzionari della sicurezza, si lega a doppio filo alla situazione politica attuale che dalla deposizione del presidente islamista Morsi ha visto prima il ritorno di un governo militare e poi l’elezione dell’ex federmaresciallo dell’esercito, Abdel Fattah El Sisi.
Le vicende processuali dell’ex rais cominciano pochi mesi dopo la rivoluzione. Nell’agosto del 2011 si apre il processo che vede Mubarak coinvolto anche in accuse per corruzione insieme ai suoi due figli, Gamal e Alaa.

Nel giugno del 2012, mentre il leader islamista Mohammed Morsi si afferma nelle prime elezioni presidenziali democratiche, la magistratura condanna l’ex rais all’ergastolo, che secondo l’ordinamento giudiziario egiziano equivale a 25 anni di carcere. La sentenza viene poi annullata dalla Corte di Cassazione. Nell’aprile del 2013 il processo riparte mentre il paese si avvia a una nuova fase della sua transizione. Il 30 giugno dello stesso anno più di 30 milioni di persone scendono in manifestazione per tutto il paese e chiedono le dimissioni del presidente Morsi eletto esattamente un anno prima.

Il 3 luglio Abdel Fattah El Sisi, allora capo de Consiglio Militare Supremo, depone il leader islamista con l’appoggio dei partiti laici e liberali e impone una nuova road map democratica. Le proteste dei Fratelli Musulmani vengono represse nel sangue, il presidio a sostegno di Morsi nella piazza cairota di Rabaa el Adaweya viene sgomberato provocando centinaia di morti mentre nei mesi seguenti tutti i leader del movimento, compreso Morsi, vengono arrestati.
È l’inizio delle repressione contro tutte le forme di dissenso che porta a migliaia di incarcerazioni e a una legge che limita fortemente le proteste. A giocare un ruolo chiave in quella che da molti viene definitiva una “restaurazione” è la magistratura che negli ultimi 16 mesi ha inflitto pesanti condanne a tutti gli oppositori politici.

Secondo quanto riportato dall’Osservatorio Egiziano per i Diritti e le Libertà, solo lo scorso mese sette sostenitori dei Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte mentre altri 173 sono stati giudicati con pene che complessivamente ammontano a 1572 anni di carcere. Nonostante il presidente El Sisi ne abbia più volte ribadito l’indipendenza, il corpo giudiziario è stato spesso sotto accusa da parte degli attivisti per i diritti umani.

Dopo la rivoluzione del 2011 la magistratura è stata protagonista di un conflitto tra una parte più indipendente e un’altra vicina all’ex regime. Lo si si evince dalle diverse sentenze che hanno condizionato il corso politico dell’Egitto negli ultimi 3 anni. È sufficiente ricordare l’esclusione dalle elezioni presidenziali dell’ex capo dei servizi segreti Omar Suleiman nella primavera del 2012 o lo scioglimento del parlamento a maggioranza islamista nei mesi seguenti.
I Fratelli Musulmani nel loro anno al governo hanno diverse volte tentato di limitarne il potere con numerosi provvedimenti tra cui il decreto presidenziale emesso dal presidente Morsi nel novembre del 2011.

“L’andamento del processo Mubarak è stato sicuramente influenzato dalla situazione politica perché non era facile portare avanti il procedimento a livello meramente giuridico”, spiega Gennaro Gervasio, professore di storia del Medio Oriente alla British University of Egypt. “All’inizio delle vicende giudiziarie dell’ex rais, nel 2011, c’era l’intento di fare un processo al regime ma il capovolgimento ai vertici di governo del 2013 rendeva prevedibile una sentenza più soft rispetto all’ergastolo”.

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