Per i tifosi bianconeri il 9 novembre non è solo il giorno di Juve-Parma. Il 9 novembre, da due decenni a questa parte, è anzitutto il compleanno di Alessandro Del Piero. Anche se è il terzo lontano da Torino, anche se la maglia numero 10 adesso la indossa un altro. Quest’anno le candeline sono 40. Alex le spegnerà a New Dehli, dove si è rimesso in discussione, per l’ennesima volta, giocando la Super League indiana con la squadra locale dei Dynamos. Ben altri palcoscenici rispetto a quelli cui ci aveva abituato in una carriera, lunga più di vent’anni, fatta di successi e di sconfitte, di trionfi, di critiche e di risalite. Proprio alla vigilia di un Juventus-Parma di 14 anni fa, Gianni Agnelli lo chiamò al telefono, infastidito dal suo lungo digiuno dal gol: “Se domani ancora non segni ti do una bella multa, a titolo privato e personale. E guarda che faccio sul serio”. L’indomani segnò. 

Eccolo il fil-rouge della vita professionale di Del Piero. Sempre sotto pressione, al centro delle critiche, oggetto di quelle sentenze inappellabili per cui, a ogni calo, “non è più quello di una volta”. Quel giovane attaccante che da Conegliano, nel trevigiano, riuscì subito a incantare tutti i tifosi juventini, a partire dal più illustre. L’Avvocato lo paragonò a un estroso pittore del ‘400, Pinturicchio, soprannome che lo accompagnerà sempre. Marcello Lippi gli diede fiducia, al punto che che il suo impiego costò il posto a un signore che si chiamava Roberto Baggio. Iniziò così l’epopea di quello che Giorgio Bocca definì “un patrimonio del calcio italiano”. La tripletta, manco a dirlo, al Parma, i “gol alla Del Piero”, le punizioni, gli scudetti, la Coppa dei Campioni all’Olimpico, il tacco a volo nella finale con il Borussia, il Mondiale francese. Fino a Udine, 8 novembre del ’98, quando, nei minuti finali, il legamento crociato del ginocchio si ruppe, tenendolo fermo per nove mesi. “Non avrei mai dovuto allungarmi per prendere quella palla”, scriverà nella sua autobiografia.

Buio e luce, sprint e discese. La delusione di un europeo sfumato all’ultimo minuto. Il diluvio di Perugia. L’urlo liberatorio dopo lo splendido gol al Bari, pochi giorni dopo la prematura scomparsa del padre. Il 5 maggio. La panchina dopo l’arrivo di Ibrahimovic. L’assist in sforbiciata per Trezeguet, a San Siro, che darà il 28simo scudetto alla Juventus, poi revocato. Il gol alla Germania, la notte di Berlino. Il matrimonio con Sonia, con una manciata di invitati, rigorosamente senza telecamere, nello stesso periodo in cui le nozze Totti-Blasi furono seguite come l’evento dell’anno. Mai nelle riviste patinate, mai chiacchierato per i comportamenti fuori dal campo. Lo stile-Del Piero esulava dal prototipo del calciatore “bullo gellato”, con fare da divo, simbolo mediatico dell’Italia berlusconiana. Alex è stato per anni il Cavaliere gentile che accompagna la sua Signora. In un Juve-Roma di 9 anni fa Cufrè gli rifilò uno schiaffo. Lui lo guardò, accennò un sorriso ironico e riprese a giocare. Il simbolo della Juve moggiana e post-calciopoli, la squadra più odiata da ogni tifoso che non si ritenga “gobbo”, ma comunque amato e rispettato da tutti.

Accettò la Serie B, da campione del mondo, senza fiatare. Due titoli consecutivi di capocannoniere. La doppietta al Bernabeu con la standing ovation dei tifosi avversari. Da brividi, ma mai quanto quella che il suo Juventus Stadium gli riservò nella sua ultima partita a Torino, dopo 705 presenze e 290 gol, recordman assoluto nella storia della Vecchia Signora. Che tanto signora non si è mostrata quando si trattò di dargli il benservito, tramite le parole di Agnelli (Andrea), che annunciò alla stampa l’addio di Alex, senza consultarlo. Lui la prese male ma accettò senza polemiche, come sempre. Si rimise in discussione dall’altra parte del mondo, a Sydney, diventando il nuovo idolo del calcio locale. E adesso l’India, dove di recente la sua squadra ha incontrato quella dell’ex compagno Trezeguet. Un’altra sfida, un’altra avventura per Pinturicchio, che di smettere di giocare e di rimettersi in discussione non vuol sentirne. Ha deciso di celebrare i suoi 40 anni lanciando l’hashtag ADP10X4. Perché un 10 è per sempre, anche se il calcio che ha rappresentato, oggi, non c’è più.

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