Da senatore Pd, e soprattutto in quanto membro delle Giunta delle elezioni e immunità parlamentari, il nome dell’avvocato nuorese Giuseppe Cucca (nella foto con Felice Casson e Isabella Del Monte) è diventato d’un tratto noto. In qualità di capogruppo appena pochi giorni fa, insieme ad altri sette parlamentari dem, ha infatti negato l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche indirette di Antonio Azzollini, presidente della commissione Bilancio del Senato in quota Nuovo centrodestra, accusato di diversi reati nell’inchiesta sul porto di Molfetta, di cui è stato sindaco. Tra le contestazioni una presunta truffa per 150 milioni di euro e mancate bonifiche dei fondali. La cronaca è nota: dopo nove mesi di rinvii dalla giunta è arrivato il “no” e, insieme anche l’autosospensione del relatore, collega di partito, Felice Casson. Poi la rivolta interna con le accuse del deputato Pd Pippo Civati e i sospetti di pressioni politiche. Tra presunte telefonate e riunioni in corsa, quando ormai era il momento di votare. Poi il responso e il profilo basso.

Il senatore Cucca è uno dei pochi a parlare: “Chi insinua che vi siano state pressioni politiche o di altro genere lo fa in palese malafede, dato che colpevolmente dimentica che le stesse persone, anche nel recente passato, non hanno esitato ad assumere decisioni ben più delicate, che davvero avrebbero potuto avere implicazioni sulla vita politica del Paese. E ciò anche in presenza di gravi minacce per loro e per i familiari”. Ma se la notorietà nazionale viene guadagnata di volta in volta, diversa quella regionale. Il nome di Cucca in Sardegna è nell’elenco degli Onorevoli coinvolti nella maxi inchiesta sui fondi regionali. Un esercito che supera gli ottanta nominati distribuiti nei tre filoni portati avanti dalla Procura di Cagliari, con costante aggiornamento.

L’accusa per tutti è di peculato: aver utilizzato i soldi destinati all’attività istituzionale per spese e fini diversi, personali. Alla base dell’inchiesta, prima in Italia, c’è il resoconto della supertestimone Ornella Piredda, già dipendente del Gruppo misto. Lo schema è poi stato applicato a diverse legislature, nella filosofia, ribadita durante gli interrogatori che “così fan tutti”. Ecco quindi la distribuzione dei soldi pubblici – milioni di euro – con il sistema “paghetta”: non attività e spese istituzionali da rimborsare ma un tot a consigliere, quasi mai documentato. In particolare il senatore Cucca è indagato da ottobre del 2013, in quanto ex consigliere regionale della Margherita, insieme ad altri 32 appartenenti del centrosinistra con cifre mediamente basse rispetto ad altri colleghi di assemblea. Il pm Marco Cocco gli contesta presunte spese illecite per 19.608 euro relativi alla XIII legislatura, tra il 2004 e il 2009. Così suddivisi: 15mila euro ottenuti dal gruppo, 4mila attraverso il bancomat.

Un secondo avviso a comparire è stato poi notificato qualche mese più tardi, a giugno, per altri 2mila euro. Tutti i consiglieri sorpresi, ma non scossi, pronti a giustificare e a trovare fatture e ricevute. Mentre si indaga su viaggi e altri acquisti ritenuti non in linea. Cucca allora aveva dichiarato: “Quei fondi non li ho usati neppure tutti, ma voglio prima capire di cosa mi si accusa; capisco meno, ma so che è normale in questi casi, la gogna mediatica che si scatena, come se avessimo fatto chissà cosa”. A fine gennaio l’interrogatorio di novanta minuti in compagnia del legale. Il senatore ha definito di aver fatto le spese sospette per “fini istituzionali”, comunque “giustificabili per fini politici”: come i costi sostenuti per dipendenti e uffici.

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