Giorgio Fontana è nato nel 1981. Vive e lavora a Milano. Ha pubblicato i romanzi Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori 2007) e Novalis (Marsilio 2008), il reportage narrativo Babele 56 (Terre di Mezzo 2008) e il saggio La velocità del buio (Zona 2011). Con Sellerio ha pubblicato Per legge superiore (2011) e Morte di un uomo felice (2014) che ha vinto il Premio Campiello 2014. 

Il protagonista di Morte di un uomo felice – Giacomo Colnaghi – è un magistrato sul fronte, immerso in un’indagine molto articolata nella fase più cruenta del terrorismo italiano. Come sei riuscito a ricomporre questo quadro così complesso?
So che può sembrare banale, ma: studiando moltissimo e consultando una grande quantità di fonti diverse (sia dal punto di vista politico che materiale). Durante la stesura la preoccupazione di non restituire appieno la complessità di quel periodo è stata sempre molto grande. Da un lato il non avere vissuto quegli anni mi concedeva un distacco utile per una buona ricostruzione narrativa; dall’altro, naturalmente, mi mancavano esperienze di prima mano e il rischio di sbagliare era altissimo. Ho dato tutto me stesso, spero di avere fatto un lavoro storicamente accurato e intellettualmente onesto.

Giacomo Colnaghi combatte le BR come suo padre ha combattuto nella resistenza, con lo stesso tormentato impegno etico. Muoiono entrambi sul campo. Riusciresti a trovare qualcosa di loro nel tempo presente che ci circonda?
Non è facile rispondere a questa domanda. Io credo che il medesimo spirito viva in chiunque tenga vivo quel sincero amore per il prossimo e quella sofferenza istintiva per il dolore altrui, senza limitarsi al pietismo d’accatto. In chiunque ridia linfa al dissenso vissuto come strumento di lotta per una società più equa. In chiunque sia gentile, in chiunque aborrisca i rapporti di potere. Io ho forti simpatie per il pensiero libertario; permettimi di citare il grande anarchico umanista Camillo Berneri: “Chi dà colpi di piccone contro il privilegio è l’uomo della rivoluzione. Chi partecipa alla soluzione dei problemi della produzione e dello scambio con sicura competenza, con maturata esperienza e con onesto animo è l’uomo della rivoluzione. Chi dice chiaramente il proprio pensiero senza cercare applausi e senza temere le collere è l’uomo della rivoluzione.”

Nella tua narrativa, ma soprattutto in questo romanzo, la città di Milano non è soltanto uno sfondo; mi pare che tu la tratteggi con il consapevole, voluto intento di volerle dare uno spazio preciso come faresti con un personaggio. E’ così?
Assolutamente sì. Milano per me non è solo uno spazio o un fondale, ma un elemento narrativo primario: amo la sua bellezza ruvida e nascosta, il suo carattere burbero, le sue contraddizioni così palesi, il modo in cui è cambiata negli anni e continua a cambiare tuttora (nel bene e nel male). Non so ancora di cosa scriverò nei prossimi anni, ma molto probabilmente Milano tornerà ancora nei miei lavori.

Io ho prima letto i tuoi libri, poi ti ho incontrato. E, cosa che non accade spesso, ho riscontrato una quasi totale aderenza tra il tuo rigore stilistico e il tuo modo di intendere il mestiere di scrittore. Cosa significa, per te, essere uno scrittore di fiction in Italia, oggi?
Ti ringrazio. Per me significa semplicemente questo: raccontare belle storie con la lingua migliore che posso, nella più totale libertà. E per “totale libertà” non intendo solo dalle opinioni di chiunque, ma anche e in primo luogo dalle mie: cerco di tenere ben distinta la mia attività di narratore da quella diciamo così intellettuale o critica. Che poi ci sia un travaso di idee e sensibilità da una parte all’altra è ovvio, ma penso che uno scrittore di fiction debba essere assolutamente al riparo da qualsiasi tentazione didattica o politica o persino morale. Storie, lingua, personaggi: la partita si gioca unicamente qui, e unicamente per i propri lettori. Il resto è fuffa.

Il Premio Campiello è uno dei premi più prestigiosi italiani e tu lo hai vinto. Nel profondo, che cosa significa per uno scrittore e il suo lavoro ricevere un simile riconoscimento?
Credo mi abbia suggerito che sto andando in una buona direzione, e in qualche modo ricapitola un percorso spesso accidentato e faticoso, durato molti anni. Ma nel contempo ne riapre un altro, e alza ancora di più l’asticella: in nessun caso lo vedo come un punto sul quale sdraiarmi. C’è molto da fare e non vedo l’ora di farlo; il Campiello può darmi più tranquillità in questo percorso. Per il resto, sono già tornato alla mia vita di sempre — una vita molto semplice, che è quella che desidero.

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