​La revisione della spesa per la sanità pubblica non equivale a una riduzione dei servizi sanitari per i cittadini. Tesi più che provocatoria, in una fase in cui i governatori di Veneto e Lombardia minacciano lo “sciopero fiscale” in caso di tagli ai fondi previsti dal Patto per la salute e il ministro Beatrice Lorenzin ribatte che la sforbiciata richiesta dall’esecutivo in vista della legge di Stabilità riguarderà la struttura del ministero e non il Ssn. A sostenerla è la fondazione Ant Italia onlus, che assiste ogni anno in casa loro circa 10mila pazienti oncologici. Dietro la provocazione del “sì ai tagli”, però, c’è una proposta concreta: integrare la sanità pubblica con il non profit. Lo Stato, in pratica, dovrebbe consentire a organizzazioni selezionate di fornire servizi per conto del Ssn, proprio come accade per le cliniche private accreditateSi tratta insomma, spiega la presidente Raffaella Pannuti, di estendere il principio di sussidiarietà per “mettere in rete” – ovviamente a fronte di un corrispettivo – le risorse e competenze di quella parte del terzo settore che già opera nel campo della salute in modo strutturato. L’idea è che gli ospedali pubblici dovrebbero occuparsi principalmente di emergenze e patologie acute, “evitando invece di ricoverare malati cronici o terminali che possono essere seguiti a domicilio da associazioni accreditate sulla base di standard e requisiti fissati dallo Stato”.

Secondo Ant questo schema permetterebbe di “coniugare qualità delle prestazioni ed efficienza”. Con vantaggi sia per il paziente, a cui si eviterebbe il disagio della permanenza in ospedale (tanto più pesante quando si tratta di una persona con patologia incurabile), sia per il sistema, perché i costi sarebbero inferiori. “Una giornata di ricovero in un ospedale pubblico costa 780 euro, una di degenza in una struttura dedicata alle cure palliative 240”, elenca Pannuti. “Ma la presa in carico di un paziente oncologico da parte di un’associazione come la nostra, che lo assiste in casa, si ferma a 2.100 euro per 100 giorni, pari a 50 euro al giorno”. Un esempio dei costi? Secondo la Fondazione se nel 2013 ad assistere i circa 10mila pazienti seguiti da Ant  – i cui costi sono coperti per il 16% da fondi pubblici – fosse stato il sistema sanitario, l’esborso dello Stato sarebbe lievitato di oltre 17 milioni. Numeri di fronte ai quali, sempre secondo Pannuti, non ha senso che il Patto per la salute e l’indagine conoscitiva del Parlamento sul Ssn, “non prendano nemmeno in considerazione le attività del non profit”. 

Il problema è che oggi solo poche Regioni (Lombardia e, solo in parte, Lazio) hanno recepito la legge 38 del 2010 sulle cure palliative e la terapia del dolore, che prevede l’accreditamento dei soggetti del terzo settore. Chi riceve quel “bollino” ha poi la strada spianata per firmare convenzioni con le asl e poter offrire servizi ai pazienti come gestore diretto. Ma nel resto d’Italia la decisione su chi ammettere è affidata all’arbitrio del singolo direttore sanitario. Da qui la richiesta di Ant: “L’integrazione del non profit nel servizio sanitario va strutturata in tutto il Paese attraverso accreditamenti e verifiche qualitative da parte del servizio pubblico. Solo così possono essere garantite continuità e uniformità del servizio al Nord come al Sud”. 

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