La comunicazione di Is (Islamic State), la feroce costruzione del Califfato di al-Baghdadi, tiene banco sui media. Ciò senza che ci si renda conto che non c’è alcuna legittimazione allo stupore che sembra destare lo scoprire che gli jihadisti siano bravi a comunicare. Da sempre il terrorismo è comunicazione, per esempio attraverso minacce mai concretizzate ma che hanno suscitato paura e danno nel passato: mi rifaccio ai “trailer” di Osama come esempio chiaro. Lo stupore di oggi è misura della impreparazione a leggere il fenomeno del terrorismo globale. Detto questo, Is interpreta bene le competenze mediatiche del terrorismo. Non facciamoci solo intrappolare dagli orrifici video delle decapitazioni, ma assumiamo uno sguardo più ampio.

Is attraverso la comunicazione si promuove su più fronti, e manda messaggi a più interlocutori.

Cominciamo pure dalle decapitazioni: sono il messaggio paradossalmente più facile per il rimbalzo sui media: orridi al punto di attrarre, sconvolgenti al punto di annichilire. Essi esplicitano la minaccia all’”Occidente”, sono la risposta alla sua risposta e pongono il dilemma di coscienza sulla sicurezza individuale e il bene comune che spesso lacera la nostra parte di mondo.

Accanto a questi messaggi, troviamo sempre più profili sui social network in cui i combattenti, soprattutto stranieri, raccontano la loro vita di guerra. Sono le cosiddette “storie” che rappresentano uno stile di comunicativo moderno e che hanno un effetto virale attraverso la proposizione di comportamenti imitabili. Comunque la rappresentazione mediatica, se non sempre legittima comportamenti, mostra la possibilità del fare attraverso il racconto. Questi profili delle “gesta dei combattenti” hanno un efficace impatto nell’attrarre e reclutare nuovi adepti.

Infine, c’è una forma più sofisticata di comunicazione che mette a tema, nei soggetti comunicati e destinatari, le famiglie del jihad. Si tratta di far vedere come si vive bene nello stato islamico di al-Baghadadi: il paesaggio è tratteggiato con campi di erba verde in cui scorrono fiumi, la vita quotidiana è fatta di moderni forni che producono pane e di bambini a scuola. Il tutto senza kalashnikov ma certo sotto la bandiera nera di Is e i suoi uomini incappucciati. Accanto a questa comunicazione c’è quella ufficiale, come il video girato da reporter Us sotto la guida del “pio” (il public information officer) di Is, che conduce la macchina da presa per le terre del califfato.

Si tratta di stili di comunicazione differenti, tutti professionalmente ben realizzati, che sottendono una precisa strategia nella loro diversificazione di immagini e di destinatari: minacciare i nemici, attrarre i difensori, mostrare la normalità.

E’ nella visione complessiva di questa comunicazione che si legge il pericoloso piano strategico di Is, teso a stabilizzare e legittimare la propria presenza nello Sham, in quel Levante per ora costituito da Siria e Iraq conquistati. In modo colto, possiamo dire che Is stia perseguendo, accanto alla linea combattente, un piano strategico di legittimazione e istituzionalizzazione del Califfato che, certamente, ci porta a definirlo nell’immediato come la minaccia più rilevante mai corsa. Ma nel futuro, con tutte le caratteristiche, anche più temibili, di una minaccia perdurante.

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