Come ogni venerdì la Moschea di Roma viene visitata da centinaia di fedeli musulmani. All’uscita dalla funzione religiosa sono in pochi quelli con la voglia di parlare del caos mediorientale e della furia devastatrice dell’Isis. Un signore iracheno, in Italia da cinquanta tre anni, addossa la responsabilità agli Usa: “Gli americani quando sono andati in Iraq hanno distrutto uno Stato lasciando il caos. Il caos genera caos. Ecco cos’è l’Isis”. Un signore italiano convertitosi al Corano condanna l’operato dei miliziani allontanati anche da Al-Qaeda: “Sono la negazione dell’Islam”, ma un altro cittadino iracheno, accompagnato dalla moglie e dai suoi quattro figli, dice: “L’Isis sta facendo cose buone in Iraq. Dobbiamo essere tutti uniti, noi arabi”. Ma i miliziani stanno compiendo stragi delle minoranze religiose ed etniche nel territorio iracheno? “Non è vero, non è vero”, risponde scuotendo il capo. Un professore d’arte australiano è sconsolato: “Siamo fermi al 2001, quando si è mescolato religione e politica e questo è sbagliato”. Eppure anche con i guerriglieri dello Stato islamico “si deve poter dialogare, dopo aver capito se sono realmente musulmani – e su questo più d’uno è scettico – per tornare a vivere insieme cristiani, musulmani ed ebrei in Iraq”. Scettici perché “loro pretendono d’imporre l’Islam ma questo il Corano lo vieta”  di Manolo Lanaro

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