La crisi economica sta mietendo da mesi altre vittime di cui in pochi parlano: i lavoratori nelle raffinerie. L’allarme è stato lanciato nuovamente dai sindacati, che hanno chiesto un tavolo a compagnie petrolifere e governo. “Il sistema delle raffinerie deve mantenere la sua strategicità per il Paese, e vanno salvaguardati i posti di lavoro”, ha detto Sergio Gigli, segretario generale della Femca Cisl. Dal 2007 in tutta Europa sono stati fermati 14 impianti. Solo in Italia, dal 2008 sono state convertite in semplici depositi di greggio tre raffinerie su 16: quella a Cremona di Tamoil, quella romana di TotalErg e quella mantovana di Ies. E altri due-tre impianti sono rischio. Settemila sono i posti già saltati, compreso l’indotto, e secondo il dossier della Filctem-Cgil “Allarme lavoro” a rischio ce ne sarebbero altri 6mila su 22mila totali. A Falconara Api-IP proseguirà nel 2014 con i contratti di solidarietà per 350 lavoratori. Anche a Sarroch, in provincia di Cagliari, Saras prevede ridimensionamenti dell’attuale organico (1.150 lavoratori).

I dubbi sulla riconversione di Gela – Unico esempio virtuoso è quello dell’impianto di Porto Marghera che Eni ha deciso di riconvertire in “una bioraffineria”. I sindacati denunciano però che anche in questo caso molti lavoratori saranno sacrificati: circa 300, secondo la Fiom-Cgil. Ma la guardia è alta soprattutto sulla raffineria di Eni a Gela, in Sicilia. A luglio 2013 sindacati e società hanno siglato un accordo che prevede investimenti per 700 milioni di euro e la produzione di gasolio anziché benzina. Lo scotto da pagare è un esubero di personale, da oggi al 2017, di 400 lavoratori. Tra tre anni, secondo le previsioni del gruppo, la raffineria avrà un organico di 700 persone rispetto alle 1.100 attuali (3.500 con l’indotto). Tuttavia ora i lavoratori temono che l’accordo salti e che Eni opti per la chiusura. Fonti sindacali contattate da ilfattoquotidiano.it fanno infatti sapere che la società avrebbe firmato un accordo con la Regione Sicilia per estrarre il petrolio a largo delle coste siciliane. Il campanello di allarme deriva dal fatto che tra le raffinerie menzionate nell’intesa per la destinazione del greggio estratto non risulta quella di Gela. Inoltre, a seguito di un incendio scoppiato il 15 marzo scorso nell’impianto, la magistratura aveva disposto il fermo per un paio di mesi. Ma anche quando la produzione sarebbe potuta ripartire, Eni ha fatto sapere di voler mantenere lo stop fino a dicembre, utilizzando gli ammortizzatori sociali. E il colpo finale all’impianto potrebbe arrivare dal Tar, a cui Eni si è rivolta per contestare i parametri imposti dal ministero dell’Ambiente per il rilascio dell’autorizzazione di impatto ambientale (Aia). Se il Tribunale dovesse dare ragione al ministero, la raffineria risulterebbe sprovvista dei requisiti necessari per operare e quasi sicuramente finirebbe con il chiudere i battenti. Il timore dei dipendenti è che “Eni intenda uscire dall’industria (della raffinazione, ndr) per rimanere un grande gruppo che si occupa largamente nel mondo di esplorazione ed estrazione”, ha detto Emilio Miceli, segretario generale Filctem-Cgil.

La raffinazione pesa sui bilanci delle compagnie petrolifere – D’altronde, che il settore non sia più appetibile lo dicono da tempo i conti e le previsioni delle compagnie. Eni stima una riduzione del 22% della capacità di raffinazione tra il 2014 e il 2017 (già tra il 2008 e il 2013 è calata del 13%) e una svalutazione degli attivi in bilancio per 600 milioni. Il presidente dell’Unione petrolifera (Up), Alessandro Gilotti, all’assemblea annuale ha detto che il downstream nazionale, cioè il segmento che comprende raffinazione e lavorazione, ha registrato perdite nell’ultimo triennio per 4 miliardi di euro, che salgono a 7 miliardi dal 2009. I tassi di utilizzo degli impianti sono attorno al 70% quando invece “un coefficiente di lavorazione ragionevole si situa attorno all’80%”. Nei primi tre mesi del 2014 le lavorazioni delle raffinerie italiane sono calate a 16,3 milioni di tonnellate (-5,1% rispetto allo stesso trimestre 2013). Se non si interviene, dice Gilotti, “tutte le raffinerie sono a rischio di sopravvivenza e con esse tanti posti di lavoro”. Proseguendo su questa strada, secondo il presidente Up, rischiamo di diventare dipendenti dalle forniture estere non solo per il petrolio e il gas, ma anche per i prodotti finiti per autotrazione.

Italia penalizzata da costi dell’energia e burocrazia – Il problema è europeo, anche se l’Italia ne risente di più. Perché, oltre alla crisi economica e al crollo dei consumi, il Bel Paese deve fare i conti con gli elevati costi dell’energia e le procedure burocratiche troppo lunghe e contorte. Ma il vero tallone di Achille, per tutto il vecchio Continente, è la concorrenza dei Paesi asiatici. Le compagnie europee dovrebbero infatti investire di più per modernizzare gli impianti e rispettare i parametri ambientali molto più severi imposti dall’Ue. Ma conviene di più produrre fuori dall’Europa a minor prezzo e importare il prodotto finito da Paesi che utilizzano sistemi molto più inquinanti dei nostri e con un costo del lavoro inferiore. 

E i russi entrano nel mercato nonostante la crisi – Ma intanto i russi sono sempre più interessati al settore, nonostante la crisi. L’Europa è un canale di sbocco strategicamente molto importante. In particolare, l’Italia rappresenta un ponte con i Paesi del Medioriente e del nord Africa. Così Gazprom Neft, controllata del colosso russo, ha fatto sapere che nel lungo periodo intende assicurarsi 30 milioni di tonnellate annue (600mila barili al giorno) di capacità all’estero. In Italia Saras (proprietaria della raffineria di Sarroch in Sardegna) e Rosneft, il gruppo che tra l’altro ha di recente acquisito il 13% di Pirelli, hanno deciso di avviare una joint venture paritetica commerciale. Da segnalare che il presidente di Rosneft Igor Sechin, membro del cda della società della famiglia Moratti, è stato inserito, a seguito della crisi Ucraina, nella “lista nera” Usa delle personalità vicine al presidente russo Putin. Dal canto suo Lukoil ha acquisito il controllo della raffineria Isab a Priolo di Erg. E il 26% del greggio lavorato dalle raffinerie Eni nel 2013 viene dalla Russia. Lo scontro tra Kiev e Mosca, dunque, non mette a rischio solo gli approvvigionamenti e le infrastrutture di gas. Tanto che la Commissione europea, nel suo ultimo documento di indirizzo approvato dai leader dei 28, invita a “ridurre la dipendenza di materie prime dalla Russia e di conseguenza garantire, anche attraverso la raffinazione, piani di autosufficienza”. Secondo Bruxelles, “i rischi derivanti dalla crisi della raffinazione possono compromettere la provvista delle diverse fonti energetiche”.

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