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Renzi al Parlamento europeo: Ma quale Telemaco!, viva Ulisse

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Ma quale Telemaco!, per piacere. Ulisse, il padre, fece la storia e l’epica di un’intera civiltà, non certo quel figlio bamboccione che stava a guardare la madre tessere e disfare e solo quando il padre tornò si dette una mossa. Matteo Renzi infligge al Parlamento europeo un discorsetto – breve, almeno quello – denso di citazioni culturali da Liceo Classico, ma senza un solo riferimento concreto, preciso, dettagliato alle cose che intende fare nei prossimi sei mesi, adesso che l’Italia è alla presidenza del Consiglio dell’Ue.

Parlando a braccio, dopo avere consegnato un testo scritto che –speriamo- risponde alle molte domande lasciate in sospeso, il premier snocciola nomi e circostanze che, probabilmente, buona parte dei deputati europei di differente tradizione culturale non sono in grado di apprezzare; e punta su parole come “coraggio” e “orgoglio”, “fiducia” e “speranza” che suonano più telecronaca dei Mondiali che discorso programmatico del semestre italiano.

E, poi, subito il gradino generazionale che tanto piace a Renzi: dell’Europa, non vuole scattare un’istantanea, ma fare un selfie. E ne viene fuori –dice- un volto stanco, rassegnato, noioso. Invece il suo è un discorso ad effetto, scoppiettante, che vuole ”ritrovare l’anima dell’Europa” –obiettivo ambizioso, se ve n’è uno- ed essere all’altezza “della grandezza dei Padri”, che il premier ritrova nella tradizione classica greca e latina.

Persino Manuel Barroso, il presidente della Commissione europea, un portoghese prudentissimo, sente stridere qualcosa, se, prendendo la parola, ricorda a Renzi che Italia e Grecia sono state spesso al centro dei discorsi europei negli ultimi anni, ma non nel segno della tradizione oratoria di Demostene e Cicerone, bensì per problemi di conti in disordine e palpitazioni sull’euro.

Crescita, occupazione, immigrazione sono le parole più concrete del discorso di Renzi. E flessibilità forse la più ricorrente, sempre accompagnata dalla precisazione, che l’Italia, Paese fondatore e contribuente netto, “non viene in Europa a chiedere, ma a dare”, “non chiede scorciatoie, ma offre la sua disponibilità a fare la propria parte”.

Tra frasi ad effetto (“Non ci interessa giudicare il passato, ci interessa costruire il futuro”; o “l’Europa dfeve tornare a essere una frontiera” –ma perché, non lo è?-) e proposte magari buone, ma buttate lì (un servizio civile europeo), la ciliegina sulla torta è la mano tesa alla Gran Bretagna: se è vero che “l’Unione senza la Gran Bretagna non sarebbe se stessa”, è però altrettanto vero che “ricondurre all’unità tutte le posizioni” significa procedere al minimo comune denominatore. Facendo a pugni con “il coraggio” e l’orgoglio” e la riscoperta della frontiera.

Ma, parlando a braccio, logica e consequenzialità non sono sempre rispettate. Magari il testo scritto sarà più concreto e preciso: ché, se la bussola del semestre è quello pronunciato, Ulisse non troverà Itaca nei prossimi sei mesi. E Telemaco continuerà a tenersi i Proci in casa.

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