Sarà un’estate di fuoco per gli automobilisti italiani: i sindacati dei benzinai hanno in programma a giugno scioperi, manifestazioni davanti ai palazzi della politica e altre azioni di protesta. E da luglio molti distributori in autostrada rischiano di rimanere a secco. La crisi continua a mordere e fa crollare i consumi, mentre le compagnie petrolifere preparano l’uscita dal settore e il governo resta a guardare. Da anni si parla di modernizzazione e razionalizzazione della rete. L’obiettivo reale è chiudere 5-6mila punti vendita azzerando così il famigerato “stacco Italia”: il prezzo più alto che gli italiani pagano per benzina e gasolio rispetto al resto d’Europa. Il problema è che in Italia la rete carburanti è frammentata, ci sono insomma troppi impianti di piccole e piccolissime dimensioni. La soluzione all’apparenza è semplice: si riducono i distributori e chi resta, vedendo aumentare il fatturato, può sfruttare i margini in più per ridurre i prezzi. Lo stesso discorso vale per la vendita di prodotti ‘non oil’ come sigarette, generi alimentari e accessori per la macchina, che dovrebbe garantire al gestore nuove fonti di ricavo.

Dai governi solo iniziative di corto respiro – I governi degli ultimi anni hanno convocato innumerevoli tavoli senza mai arrivare a una soluzione concordata tra gestori e compagnie, che tra l’altro possiedono gran parte degli impianti. Al massimo sono emerse iniziative pubblicitarie di corto respiro, come la nuova app del ministero dello Sviluppo economico per consultare i prezzi dei carburanti sul cellulare o le varie promozioni pre-festive delle compagnie. Insomma, la montagna che partorisce il topolino, mai nulla di strutturale.

L’assalto alla diligenza del Ddl sulla ristrutturazione della rete – Anche il disegno di legge collegato alla legge di Stabilità e approvato in Consiglio dei ministri a metà dicembre 2013, che appunto prevede la ristrutturazione della rete, è ancora in attesa di essere trasmesso al Parlamento. Un ddl snaturato nella forma e nel contenuto a causa sia dell’opposizione di lobby e interessi opposti all’interno della filiera, sia dell’atteggiamento ondivago del ministero: da decreto legge, che sarebbe entrato immediatamente in vigore, è diventato un ddl, che può essere stravolto durante l’esame parlamentare. Non solo: da dicembre sono uscite dal testo diverse norme, come quelle sull’eliminazione dei vincoli per i nuovi impianti ‘ghost’ (quelli senza addetto, quindi con prezzi più bassi), sulla riforma dei bandi per le aree di servizio in autostrada e sulla presenza di carburanti alternativi (compreso il metano) e del non oil (compresi i generi di monopolio). Inoltre andava affrontato il ‘nodo bonifiche’: chiudere e ripulire un impianto è costoso, per questo molti preferiscono mantenerlo in piedi, senza addetto e spesso in pessime condizioni di sicurezza. Per non parlare delle ventilate aperture di nuovi punti vendita: che senso ha chiudere 5mila distributori se poi se ne aprono altrettanti?

La crisi fa scendere il gettito fiscale – Il quadro è completo se si aggiunge la crisi economica. Su base annua – secondo gli ultimi dati dell’Unione Petrolifera – ad aprile la benzina è continuata scendere del 2,7% e il gasolio dello 0,7%. Dati che tra l’altro incidono sulle entrate fiscali: il gettito proveniente dai carburanti nei primi quattro mesi del 2014 è sceso di circa 160 milioni di euro rispetto allo stesso periodo del 2013. Insomma, nonostante i continui aumenti delle accise da parte dei vari governi per recuperare un po’ di soldi, paradossalmente le entrate allo Stato diminuiscono perché i prezzi sono troppo alti.

Le compagnie abbandonano l’Italia – Dal canto loro, le compagnie hanno iniziato a mettere un piede fuori dal mercato, vuoi per la crisi economica, vuoi per errori manageriali passati e scelte strategiche poco lungimiranti: la divisione Refining and marketing del market leader Eni negli ultimi cinque anni ha sempre chiuso in rosso e l’erogato medio per impianto è passato da 2,48 a 1,66 milioni di litri (-33%). Nel solo 2013 la vendita di carburanti è scesa del 15,2% rispetto all’anno prima. E nei primi tre mesi del 2014 la quota di mercato è scesa al 26,2% da oltre il 30%. Shell, invece, ha venduto la sua rete a Kuwait Petroleum Italia. Esso ha messo a punto da tempo il “modello grossista”: la compagnia cede l’impianto a un privato, a cui vende in esclusiva il carburante. Un modo, secondo i sindacati dei gestori, di abbandonare lentamente la rete italiana. La Api dei Brachetti Peretti ha fatto poi sapere di essere aperta all’ipotesi di un partner internazionale. E sulle autostrade le compagnie non hanno nessuna intenzione di rinnovare le concessioni per l’affidamento delle aree di servizio che scadono a fine giugno. Con il rischio che il 20% dei distributori rimanga senza prodotto. Insomma, la rete carburanti non sta in piedi e a farne le spese sono soprattutto i consumatori, stretti tra disagi per gli scioperi, prezzi più alti e distributori spesso obsoleti.

Il Fatto Economico - Una selezione dei migliori articoli del Financial Times tradotti in italiano insieme al nostro inserto economico.

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