Google, il colosso californiano dei motori di ricerca, deve fare i conti con un non trascurabile problema di equità razziale interna. Perché, stando ai dati forniti dallo stesso gruppo di Mountain View, la composizione della sua forza lavoro statunitense è tutt’altro che equilibrata. In un Paese con oltre 40 milioni di cittadini afroamericani e 50 milioni di ispanici (su una popolazione di 310 milioni), i suoi dipendenti sono per il 61% bianchi. Se il 30% è di origini asiatiche, solo un misero 3% è ispanico, mentre i neri si fermano addirittura a quota 2%. E va ancora peggio nei ruoli dirigenziali, che vedono i cosiddetti “wasp” totalizzare il 72% delle poltrone, con neri e ispanici che si spartiscono appena il 3% dei posti. Ad aggravare la situazione ci si mette la disparità di genere: due terzi dei lavoratori e ben il 79% dei dirigenti (e in questo caso i dati si riferiscono a tutti i quasi 50mila dipendenti mondiali) sono uomini. “Non siamo dove vorremmo essere in termini di diversità”, è stato il laconico commento del vice presidente di Google, Laszlo Bock, al Wall Street Journal, sottolineando che la società incontra difficoltà ad assumere donne e “minoranze” etniche perché solo una piccola parte ha una laurea in materie scientifiche. 

Jesse Jackson, l’ex leader dei movimenti per i diritti civili che nel 1988 corse anche per le presidenziali Usa come candidato democratico, all’inizio di maggio ha partecipato alle assemblee degli azionisti di Google e Facebook proprio per sollevare il problema dell’insufficiente “diversity” razziale nei colossi della tecnologia. Anche il gruppo fondato da Mark Zuckerberg, infatti, come molti altri big della Silicon Valley è sotto accusa. Apprezzabile, se non altro, la decisione di diffondere per la prima volta i dati: non è un obbligo di legge e fino ad oggi, nell’universo delle grandi compagnie del settore tecnologico, lo facevano solo Intel e Hewlett-Packard.  

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Consob, Vegas: “Non mi dimetto per attacchi di ex commissario e dipendente”

prev
Articolo Successivo

Ferrovie dello Stato, Renzi rompe gli indugi del dopo Moretti e rinnova tutto cda

next