Per anni hanno lavorato tra pareti scrostate e tubi a vista, in una sede che, nata come provvisoria, si era presto trasformata in definitiva. Oggi però, dopo 13 anni di attesa, il Mit, il Movimento di identità transessuale di Bologna, cambia casa. Il Comune infatti ha concesso all’associazione un nuovo spazio da dedicare all’attività di accoglienza e assistenza a transessuali, travestiti e transgender.

Si trova a pochi passi dai vecchi uffici, sempre in via Polese nel centro storico del capoluogo emiliano (dal civico 15 si sposterà al civico 24), ed è grande almeno il doppio. Circa 200 metri quadrati che però hanno bisogno di essere ristrutturati e arredati. Da qui l’appello del Mit, pubblicato anche sulla propria pagina Facebook, per raccogliere i seimila euro necessari a rimettere a nuovo le stanze e riempirle con mobili, sedie e scrivanie. “Fai una donazione o regalaci l’arredamento da ufficio che non usi più”, hanno scritto online. 

Agli sportelli di via Polese si rivolgono decine di persone ogni anno. Possono trovare sostegno psicologico, assistenza legale e medica, accompagnamento ai servizi sociali e informazioni sui propri diritti e sulla legislazione che regola il percorso di transizione da un sesso a un altro (la legge 164 del 1982). Ma non solo: il Mit si occupa anche di lotta alla discriminazione di genere, e per questo organizza ogni anno eventi culturali, rassegne, incontri e conferenze.

Fondato nel 1982, il Movimento, spiega la attuale presidente Porpora Marcasciano, “è una onlus che si occupa di tutte le problematiche, le questioni e i bisogni delle persone transessuali, che oggi in Italia sono quasi 50 mila”. Alla fine degli anni Ottanta, grazie all’impulso di Marcella di Folco, storica attivista per i diritti lgbt, il Mit diventa un vero e proprio punto di riferimento per tutte le persone transessuali o per coloro che desiderano cambiare sesso. Tanto che nel 1994 viene aperto un consultorio in accordo con il servizio sanitario locale.

È il primo caso in Italia, e farà da apripista per decine di altre esperienze simili nel resto del Paese. Nel 2001 l’amministrazione comunale fa trasferire l’associazione in una “sede provvisoria”, con la promessa di trovare presto un’alternativa. Ma, come spesso accade, l’impegno rimane solo sulla carta. Il Mit viene dimenticato lì per oltre dieci anni e volontari e operatori sono costretti a lavorare con pochi fondi, in una sede stretta e fatiscente. L’attesa, ora, sembra davvero finita.

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