La notte del Sudafrica è stata una lunga veglia funebre. “Mandela è morto”, annuncia alle 22 e 48 in tv il presidente Zuma, risvegliando un intero Paese, che si era ormai quasi abituato al lento spegnersi del suo leader. Il Madiba è spirato nella sua casa di Johannesburg a 95 anni, affrontando “forte e coraggioso la sua ultima battaglia”, come aveva raccontato solo 24 ore fa la figlia Makaziwe.

Il silenzio è calato sul mondo: un minuto di raccoglimento è stato osservato al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il presidente Obama è salito sul palco delle conferenze stampa della Casa Bianca per ricordare il presidente nero del Sudafrica. Il presidente nero degli Stati Uniti si è commosso in diretta tv ricordando “l’esempio della mia vita”, “uno degli uomini più coraggiosi dell’umanità”.  

Mandela è stato semplicemente il padre della patria post-apartheid, il forgiatore della Nazione arcobaleno, traghettata oltre i decenni bui della segregazione razziale dal sorriso senza confini dell’ex pugile lottatore della libertà a Robben Island e premiato Nobel per la Pace insieme al leader bianco De Klerk – prima presidente, poi vice di Mandela – nel 1993.

Alle luci dei televisori accesi nelle case del Sudafrica si sono aggiunte nella notte quelle accese nelle strade da un popolo che si è riunito nel ricordo e ha marciato come vent’anni prima, quando si era messo in fila per votare nelle urne che sancivano la fine dello Stato separato tra bianchi e neri e decretava la nascita del governo della maggioranza nera. “Si è spenta una grande luce”, ha sentenziato il premier della Gran Bretagna David Cameron, di cui il Sudafrica fu colonia, ai tempi nel quale anche il giovane Gandhi imparava l’arte della resistenza non violenta proprio nel paese africano. “Esempio per tutti noi”, ripetono quasi in coro il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon e Obama. Il più grande vecchio della Storia contemporanea, il monumento delle rivoluzioni che singoli individui sono stati capaci di compiere e modello di un tempo che pare oggi tanto più eroico e di cui l’ultimo rappresentate sembra ora rimanere Fìdel Castro (87 anni).

Un idealista che non ha mai dimenticato la sua lotta – che pure lo ha portato ad allearsi anche con dittatori come il leader libico Gheddafi – riuscendo a evitare che la rivoluzione copernicana impressa al Sudafrica sfociasse in un bagno di sangue tra bianchi e neri, anche grazie al sapiente uso dei simboli, come il rugby, e a una vitalità che pareva inesauribile e ne ha fatto un idolo pop-rock per generazioni di leader, e di cantanti (Peter Gabriel, Bono Vox, Bruce Springsteen). Un simbolo delle svolte positive del mondo, un’icona senza tempo, senza fine, fino a momento della morte. Dal quale Madiba potrà essere eterno.

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