Il pastore che ce lo ha dato è morto di cancro al cervello.
Subito dopo la foto, portai le analisi in procura assieme al mio amico Piero, ex operaio dell’Ilva che si era procurato il formaggio alla diossina. Era il 27 febbraio 2008.
Così cominciò tutto.
Qualche settimana dopo venne dato ordine di setacciare le masserie attorno all’area industriale e di controllare latte e carne. Nel giro di pochissimo a Taranto anche i bambini e gli anziani avevano imparato quella parola: diossina.
Se valori di quel pecorino erano di quasi 20 picogrammi per grammo di materia grassa, nella carne delle pecore e della capre fu rinvenuta una quantità anche dieci volte superiore: 200 picogrammi. Un disastro che nessuno aveva ipotizzato fino ad allora e che veniva alla luce grazie all’esposto in Procura di PeaceLink.
Pochi giorni prima era già scoppiato in Campania lo scandalo della mozzarella di bufala alla diossina.
Adesso Vendola dovrà spiegare molte cose. La situazione a Taranto non era “assolutamente normale” come sosteneva il Presidente della Regione. Era anzi così anomala che diverse masserie furono fermate e per un raggio di venti chilometri attorno al polo industriale venne vietato il pascolo libero su aree incolte: troppa diossina nel terreno.
Lì dove c’era una antica civiltà contadina ricca di risorse ora c’è l’abbandono e la distruzione mortale della diossina, uno dei più pericolosi cancerogeni in assoluto che si accumula e persiste per decenni. Un agente genotossico che può modificare il Dna che i genitori trasferiscono ai figli. A Taranto abbiamo un chilometro zero malconcio ma una giustizia a chilometro zero sanissima, tanto che con diversi decreti l’hanno voluta azzoppare.
A Taranto si vive nell’attesa irreale del futuro. Attesa di improbabili buone notizie ambientali mentre piovono gli avvisi di garanzia. Ammettiamo che l’inquinamento industriale sia sceso del 90%: possiamo accettare che invece di 30 persone ne muoiano 3 all’anno?
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