Giorgio Napolitano ricorda che i magistrati devono avere e dimostrare “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità e senso della misura e del limite”. Difficile non essere d’accordo. Ma lo stesso “equilibrio”, la stessa “assoluta imparzialità” e soprattutto lo stesso “senso della misura e del limite” vanno chiesti al Presidente della Repubblica.

Inutile girarci attorno. Ha un significato preciso scegliere di parlare di “perdurante conflitto tra politica e giustizia” e di “spirale di contrapposizione tra politica e giustizia”, due giorni dopo il video-messaggio, a tratti ricattatorio e eversivo, del pregiudicato per frode fiscale Silvio Berlusconi. Vuol dire dare la sensazione di confondere le guardie con i ladri o, peggio, di metterle sullo stesso piano. Vuol dire fingere di non sapere che uno dei principali problemi di questo paese è la devianza delle sue classi dirigenti. Vuol dire ignorare  che una parte importante della crisi italiana è dovuta all’enorme tasso di corruzione e illegalità che caratterizza la politica e le poco competitive imprese pubbliche e private. 

Per questo non bastano la critica implicita al discorso del Cavaliere sui  giudici “impiegati pubblici” (“un titolo che non dovrebbe mai essere usato in senso dispregiativo”), per far apparire “equilibrato” l’intervento di Napolitano. E non serve nemmeno, per farlo sembrare “imparziale”, il suo richiamo al rispetto “rigoroso della legge” da parte di tutti o l’elogio indiretto all’indipendenza di Ilda Boccassini

Giovedì, dopo gli attacchi al presidente della Camera, Laura Boldrini, il Colle ha denunciato (giustamente) “la campagna di gravi e perfino turpi ingiurie e minacce, condotta nei suoi confronti sulla rete”. Venerdì di fronte a un condannato che ha sputato contro le sentenze, insultato i giudici accusandoli di volere la “via giudiziaria al socialismo” e invitato i suoi elettori a “reagire e protestare”, Napolitano non ha invece fatto nomi e ha chiesto ai magistrati a non opporsi alla riforma della giustizia.

All’improvviso tra gli inquilini di un parlamento che, per vent’anni ha approvato leggi su leggi per bloccare processi e inchieste, si è così assistito a una tanto brusca, quanto momentanea, frenata. Prima del monito dell’Eterno Presidente molti di loro urlavano: “C’è un disegno per distruggere la direzione politica di tutta un’area di centrodestra” (Fabrizio Cicchitto), “la magistratura politicizzata va asfaltata”(Daniela Santanchè), “nessuno in Italia può sentirsi più al sicuro della propria libertà personale, sicuro dei propri beni, sicuro dei propri diritti” (Sandro Bondi).

Dopo applaudivano: “Anche Napolitano si sta accorgendo della malattia della giustizia” (Santanchè); “Il  Capo dello Stato ha sollevato la questione del ritorno nei ranghi dei magistrati che usurpano della loro funzione” (Bondi)”. Mentre il ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri, con ardito paragone tra la dittatura e il ladrocinio di politici e potenti, chiosava per la gioia dei derubati (i cittadini onesti): “È come dopo il fascismo, bisogna trovare vie d’intesa comuni”.

Presidente Napolitano, ci scusi, ma dov’è il “senso della misura”?

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