La nota di Palazzo Chigi che informa sull’annullamento dell’espulsione della moglie del dissidente kazako Ablyazov, oltre a non essere in sufficiente a restituire la libertà ad Alma Shalabayeva e alla piccola Alua, delinea una strategia difensiva di ‘larghe intese’ che presenta diversi punti deboli. A cominciare dall’assunto governativo per cui “risulta inequivocabilmente che l’esistenza e l’andamento delle procedure di espulsione non erano state comunicate ai vertici del governo (…) né al Ministro dell’interno”. Il dicastero degli Esteri e quello della Giustizia sono stati tagliati fuori dalla gestione della vicenda, e non hanno nascosto la loro irritazione. Il ruolo “molto attivo” di Angelino Alfano nell’operazione, è invece stato confermato a ilfattoquotidiano.it dalle fonti più diverse. Non ultime quelle che hanno raccontato delle numerose telefonate intercorse tra l’ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov, e il titolare del Viminale poco prima dell’inizio della vicenda proprio per sollecitare la rapidissima espulsione della moglie e della figlia del dissidente kazako Ablyazov.

La nota governativa sottolinea poi la “regolarità formale del procedimento”, che l’avvocato Riccardo Olivo aveva invece definito “illegittimo”. A partire da tutta una serie di “procedure insolite”, come le avevano chiamate i legali, fino al mancato utilizzo di documenti di fondamentale importanza. Come può considerarsi infatti una serie di provvedimenti del Tribunale dei minorenni che nel giro di 72 ore affida una bambina di 6 anni a tre persone diverse, quando normalmente per un affido di minorenne passano anni? Dai documenti che il fattoquotidiano.it ha visionato la piccola Alua è stata infatti affidata prima Venera, sorella di Alma Shalabayeva. Poi nel corso di una successiva visita nella villa di Casal Palocco, constatato che Venera era assente, la piccola è stata affidata addirittura a Semakin, autista della famiglia. E infine, una volta sulla pista di Ciampino, è stata affidata nuovamente alla madre.

Per il resto, risulta ineccepibile il decreto di rimpatrio firmato dal Giudice di Pace all’interno del Cie di Ponte Galeria, e poi convalidato dalla Procura di Roma. Peccato che non fosse stato loro consegnato un documento, in possesso dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma fin dal 30 maggio. Ovvero la nota inviata dall’ambasciata kazaka alla Questura in cui si avverte che la signora Alma Shalabayeva è in possesso di due passaporti validi rilasciati in Kazakistan (N°0816235 e N°5347890). Passaporti che evidentemente avrebbero permesso il rimpatrio volontario della signora (coi tempi che si allungavano e la difesa che poteva intervenire) e non coatto. Così come lo stesso Ufficio Immigrazione è stato ben lesto il pomeriggio del 31 maggio, quando l’aereo già era a Ciampino pronto al decollo, a inviare invece un fax in Procura, firmato dal responsabile Umberto Improta e visionato da ilfattoquotidiano.it, in cui si avvisava che ogni ulteriore controllo era inutile. E che quindi si poteva procedere con il rimpatrio immediato.

La nota di Palazzo Chigi risulta poco credibile quando sostiene che (nell’udienza del Tribunale del Riesame del 25 giugno ndr.) “sono stati acquisiti in giudizio (…) documenti, sconosciuti all’atto dell’espulsione, dai quali sono emersi nuovi elementi (…) che hanno consentito di riesaminare i presupposti alla base del provvedimento di espulsione”. In quell’udienza è stato acquisito innanzitutto il fascicolo della Procura austriaca, dal quale si evinceva che l’aereo della compagnia Avcon era stato prenotato prima ancora che l’udienza fosse terminata, ma è difficile che il governo faccia riferimento a questo. Nella stessa udienza è stato acquisto agli atti anche lo status di rifugiato di Ablyazov ottenuto a Londra nel 2011, esteso a moglie figlia, che avrebbe impedito l’espulsione. E i permessi di soggiorno di Alma Shalabayeva: sia quello britannico che quello lettone.

Ma sono davvero informazioni nuove, come sostiene il governo? Oltre ad avere tra le mani una nota dell’ambasciata kazaka che avvisava che Alma Shalabayeva aveva due passaporti validi, alla signora l’Ufficio Immigrazione ha fin da subito preso le impronte digitali. E grazie al sistema integrato europeo Vis (sistema di informazione visti) in pochi minuti sarebbero dovute saltare fuori le generalità della donna, e il suo permesso di soggiorno lettone. Ennesima svista della Questura di Roma. Ammesso che abbia condotto questa delicata vicenda in piena autonomia, come sostiene la nota di Palazzo Chigi. 

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