Come era già successo con la morte dell’ufficiale delle forze armate Amos Spiazzi, scomparso nel novembre scorso, anche con la morte di Giulio Andreotti se ne va un altro personaggio che ha attraversato gli anni della strategia della tensione senza che i magistrati lo interrogassero di nuovo. Occasioni perdute per sempre per chi volesse, dal punto di vista giudiziario, andare alla ricerca dei mandanti delle stragi.

Proprio per questo, adesso, deve essere data la possibilità di accedere ai suoi archivi, a iniziare dai 600 metri che occupa la documentazione raccolta da Andreotti in vita. Lì dentro ci sono mille faldoni e 2.500 buste con materiale che deve essere vagliato ancora dalla magistratura, come accaduto con il consulente Aldo Giannuli, dai ricercatori e dai giornalisti senza pastoie e lungaggini burocratiche. Tutte quelle carte, custodite dall’Istituto Sturzo, nel cuore di Roma, sono da passare al setaccio e costituiscono un patrimonio che forse può rispondere ad alcune domande lasciate senza risposta.

Si pensi a qualche altro numero relativo a quel materiale: 22 mila schede relative ad altrettanti personaggio che hanno attraversato la strada del Divo nel corso della sua storia; videocassette nell’ordine delle decine che se non venissero digitalizzate interamente finirebbero con lo smagnetizzarsi e andare perdute; carteggi e considerazioni su leader politici internazionali. Tutto ciò, nell’ormai impossibilità di interrogare Andreotti, può parlare per lui.

E difficile è capire perché aspettare ancora nello scavare in un passato recente che così tanto ha condizionato la storia d’Italia. Scavare cercando di capire se esiste altro materiale, dato che è plausibile che in quel fondo non tutto sia stato depositato.

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