Il pm Caleca dell'antimafia bolognese vuole che per 24 dei 150 indagati dell'operazione Black Monkey sia applicato il 416 bis. Il boss della 'ndrangheta Nicola Femia vennero intercettato mentre parlava del giornalista con un affiliato della cosca: "Se non sta zitto gli sparo in bocca”
Una maxi udienza per mafia come non se ne vedevano da tempo in Emilia Romagna. La Procura distrettuale antimafia di Bologna ha chiesto infatti al Tribunale del riesame di Bologna che a 24 dei 150 indagati per l’operazione Black Monkey, sia riconosciuta l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Due mesi fa i magistrati bolognesi avevano smascherato una gigantesca associazione a delinquere con base in provincia di Ravenna dedita alla gestione delle slot machine e del gioco su internet: 150 indagati, 29 ordinanze di custodia cautelare, 170 fabbricati sotto sequestro. Alla testa della banda c’era Nicola Femia, detto Rocco, classe 1952, boss della ’ndrangheta calabrese, prima affiliato ai Mazzafierro, poi capo di una sua personale cosca. Rocco è lo stesso al quale il faccendiere Guido Torello in una telefonata intercettata dalla Guardia di Finanza, promette che farà tacere il giornalista Giovanni Tizian, se avesse continuato a disturbare l’attività di Femia: “Se non sta zitto gli sparo in bocca”.
Nell’ordinanza di custodia cautelare di gennaio il giudice per le indagini preliminari aveva riconosciuto infatti solo l’associazione a delinquere semplice. Per il pubblico ministero Francesco Caleca, che ha prodotto decine e decine di pagine di intercettazioni (tra cui anche la telefonata su Tizian), il metodo utilizzato è quello tipicamente mafioso e i legami del capo Femia con le consorterie calabresi sarebbe un indizio ancor più importante. Per alcuni degli indagati ora agli arresti domiciliari, se il collegio giudicante dovesse riconoscere l’articolo 416 bis, e cioè l’associazione mafiosa, potrebbero aprirsi le porte del carcere.
Sulla vicenda si era personalmente speso il Procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso, oggi candidato alla successione di Pietro Grasso alla Procura nazionale antimafia. Secondo Alfonso, che personalmente aveva fatto mettere sotto scorta il giornalista Tizian), Femia”aveva organizzato questo gruppo che aveva senz’altro aveva una larga dose di autonomia rispetto alla casa-madre”, ma allo stesso tempo ”teneva agganci con la Calabria per quanto gli potesse servire”. Secondo le indagini Femia in Calabria aveva persino un suo referente ‘istituzionale’: si rivolgeva infatti a un ex appartenente alle forze di Polizia per avere notizie di carattere riservato, come del resto faceva anche in EmiliaRomagna. Non solo, il clan di Rocco aveva una talpa persino in Corte di Cassazione a Roma.
Il Tribunale del Riesame discuterà oltre alla posizione di Femia difeso dall’avvocato Fausto Bruzzese, quello dei figli NicolaRocco e Guendalina, difesi avvocato Matteo Murgo. Quest’ultima è agli arresti domiciliari, dopo l’intervento del suo legale, visto che è madre di una bimba molto piccola.
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