Dopo lo Tsunami, la maggioranza al Senato non c’e’. Palazzo Madama esce da queste elezioni in salsa greca: ingovernabile, ingestibile, salvo accordi a sorpresa che ora sembrano persino contro natura. Grillo stravince rispetto alle aspettative ma non raggiunge la fatidica quota 158, cosi’ come Pd-Sel e Pdl-Lega. Persino quell’alleanza che si era data per scontata fino a ieri tra Pd, Sel e la lista Monti arriva ad un inutilizzabile 40.24%. Le uniche varianti possibili, cifre alla mano, in grado di superare la soglia utile prevedono o una alleanza tra Pd-Sel e Beppe Grillo o l’intesa tra Pdl-Lega e M5s. Alleanze improbabili. Come risulta improbabile l’ipotesi di larghe intese, almeno in base alle prime dichiarazioni di Beppe Grillo e alle convinzioni di Silvio Berlusconi. Ma mai dire mai. Già Berlusconi invita a “trovare una convergenza per governare” sulla base di un programma, Bersani che assicura di voler gestire “le responsabilità nell’interesse dell’Italia” e Francesco Boccia che manda avanti le truppe del dialogo: “Si all’accordo con Berlusconi su alcuni temi”. Nella notte, prima ancora che i risultati fossero ufficializzati, Pier Luigi Bersani si era espresso in un tweet: “E’ evidente a tutti che si apre una situazione delicatissima per il Paese. Gestieremo le responsabilità che queste elezioni ci hanno dato nell’interesse del Paese”. L’inciucio è di nuovo tra noi, insomma, perché le macerie sono davanti a tutti e altra via d’uscita non c’è: e così si assiste, a poche ore dall’esito del voto, all’incredibile dialogo Pdl-Pd.

Lo tsunami ha spazzato via Monti, la Lega, Di Pietro, Ingroia e ridotto a più miti consigli un Pd ancora una volta troppo lontano dal Paese reale. Berlusconi, però, è sopravvissuto, come si conviene ad un Caimano di lungo corso, più che ad un giaguaro. E’ talmente in forma da essere in grado di dettare ancora legge. E futuro. Chi ha perso, credendo di aver vinto, sono davvero i democratici; qualcuno già si aspetta le dimissioni di Bersani, che però non arrivaranno subito. “Se ci fosse stato Renzi al suo posto sarebbe andato in tutt’altro modo”, si sente ripetere al Nazareno. Dove, in queste ore, già si scalda comunque Fabrizio Barca per la poltrona di segretario. Oggi si aprono le urne delle Regionali e si saprà di come e quanto dovrebbe aver vinto Zingaretti e se Maroni, dopo aver raso al suolo la Lega, almeno ce la farà a conquistare il Pirellone. Paradossi della politica senza bussola, una Regione che muove più denaro di un ministero di prima fascia in mano ad un partito che a mala pena arriva al 4% su base nazionale; quasi una vergogna nazionale. 

Di sicuro, Napolitano non poteva aspirare ad una peggior fine per il suo mandato, ma tutto ora è di nuovo nelle sue mani. Anche lui, di sicuro, si aspettava un risultato diverso. Difficile, però, mettere in conto anche la dissoluzione di un intero sistema senza alcuna alternativa credibile all’orizzonte. L’incarico di formare il nuovo governo sarà un passo molto ponderato, assicurano al Colle, dettato da una precisa idea di quello che dovrà essere un percorso di riforme condivise, prima tra tutte quella elettorale, poi la riduzione del numero dei parlamentari (che però è una legge costituzionale e richiede, nella migliore delle ipotesi, 10 mesi) quindi – forse – la revisione del finanziamento pubblico ai partiti. Ma trovare una maggioranza anche solo per compiere uno di questi passi è senza dubbio un’incognita. Si parla di un governo Monti senza Monti, di una grande coalizione (anche questa più in salsa Greca che tedesca) almeno per riuscire a far fuori quel Porcellum che, alla luce dei dati, sembra il vero responsabile di un’ingovernabilità nei fatti. Probabilmente, Napolitano lascerà a Bersani il primo tentativo di trovare una maggioranza per formare anche un cosiddetto “governo di scopo”, partendo forse da una base di minoranza (un governo di minoranza, in gergo tecnico) che trovi poi i voti in Parlamento per far approvare solo alcune riforme.

Poi un inevitabile ritorno al voto. Che Napolitano, a quanto sembra, vuole evitare, terrorizzato com’è che il Movimento 5 Stelle possa passare dal 25% al 40%. Di sicuro, non si potrà tornare alle urne prima del 15 maggio, ultima data utile per l’elezione del successore di Napolitano che – paradossi della politica, ma anche della democrazia – sarà nominato proprio da un Parlamento senza una maggioranza politica uscita dalle elezioni. Ogni passo dovrà maturare dopo aver trovato un accordo politico tra tutte le parti in campo. E il Quirinale sarà il primo banco di prova. Visti i numeri sul tappeto, con Berlusconi- giaguaro ancora con la pelliccia intonsa, la valanga Grillo e la pesantissima sconfitta centrista, sarà impossibile per il centrosinistra l’idea di proporre un proprio esponente per la successione al Colle. La candidatura di Romano Prodi (su cui, il M5S potrebbe essere possibilista) sembra bruciata. Così come appare troppo sfumata quella di Franco Marini. Sull’outsider Emma Bonino persiste un veto cattolico che, con questi chiari di luna anche su Santa Romana Chiesa, chissà quanto possa considerarsi ancora dirimente. Berlusconi, in cambio del dialogo sul fronte del governo e l’apertura ad una serie di riforme, potrebbe imporre il nome non di se stesso, ma di Gianni Letta. Difficile – se non impossibile in questa fase – il diniego del Pd a prendere in considerazione il nome e la pratica di eleggere a Capo dello Stato un uomo tradizionalmente legato alla casa di Arcore. I numeri dei grillini potrebbero senz’altro “guastare” un po’ la partita, ma alla fine diventeranno quasi ininfluenti. Possibile anche l’avanzata di Giuliano Amato, l’uomo che percepisce tre superpensioni, che però potrebbe essere utilizzato prima dallo stesso Napolitano come presidente del consiglio per formare un governo di unità nazionale, un governo Monti senza Monti. L’ultima, ultimissima, riserva della Repubblica, il nome di Amato, per una partita che appare impossibile anche se in politica di impossibile non c’è mai nulla. O quasi.

Si farà il possibile, comunque, per scongiurare un ritorno alle urne a breve. Se non altro per non rendere lo tsunami grillino ancora più forte. La parola d’ordine, in queste ore nei palazzi della politica, è “contenere il disastro” e studiare come uscirne. Impraticabile viene giudicata l’idea di rivotare solo per il Senato facendo rientrare in campo – anche qui, paradossalmente – quello che era stato espulso fino a ieri, ossia la trattativa politica più sottile. D’ora in poi, a dare le carte sarà solo la tattica.

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