Il punto di partenza è l’efficienza energetica, quello di arrivo un sistema a generazione “diffusa”, sostenibile e possibilmente a zero emissioni. E’ questa la sintesi della ricetta sull’energia del Movimento 5 Stelle, come spiega Carlo Martelli, esperto di energia e ambiente, secondo in lista al Senato per il Piemonte.

L’efficienza energetica è praticabile, considerata l’età e la qualità del patrimonio edilizio italiano?
La maggior parte del patrimonio edilizio è effettivamente costituito da case degli anni ‘50 e ‘60, di bassissima classe energetica. Il consumo medio è di circa 220 kWh/m2 annui contro gli standard dell’Alto Adige, di circa 20 kWh/m2 all’anno. Migliorare l’efficienza energetica comporterebbe un risparmio nella bolletta di circa 60 miliardi di euro.

Ma gli interventi per l’efficienza costano. Con quali soldi si fanno?
Si deve distinguere tra edilizia privata ed edilizia pubblica. Per la prima vanno imposti nuovi standard di risparmio energetico per legge, anche perché ce lo dice l’Europa. Poi vanno favorite le Esco (Energy service companies), società private che finanziano e svolgono interventi di messa in efficienza condividendo poi col cliente il risparmio energetico che ne deriva sulla bolletta. Per il patrimonio pubblico, l’idea è di svincolare dal patto di stabilità per i comuni gli interventi che mirano alla ristrutturazione energetica degli edifici, dando gli immobili come garanzia alla Cassa depositi e prestiti.

Come pensate di sostenere le rinnovabili, senza aumentare i costi dell’energia con gli incentivi?
La maggior parte dell’incentivazione elettrica oggi è data dalle Cip6, e cioè tutti gli incentivi a forme ‘assimilate’ alle rinnovabili, come gli inceneritori, i cementifici, o con i gas di cokeria come nel caso dell’Ilva. Che non sono ovviamente fonti rinnovabili, e anzi bisogna dire che gli inceneritori economicamente non stanno in piedi senza le Cip6. L’incentivo alle rinnovabili invece ha uno scopo: portare visibilità su una fonte. È chiaro che quando si incentiva si ‘droga’ il mercato, e questo non è positivo nel lungo termine. Per questo, secondo noi, gli incentivi devono progressivamente diminuire. Con questo criterio, si dovrà puntare su fonti con grandissime potenzialità, per esempio il geotermico e il mini idroelettrico.

In Italia però il problema sembra essere un eccesso di potenza istallata. A che serve costruire altri impianti, se pur rinnovabili?
È vero che siamo in sovra capacità, e per questo siamo dell’idea che col progressivo sviluppo delle rinnovabili, le centrali a fonti fossili vadano spente e smantellate. Oltre che migliore perché senza emissioni, una piccola generazione diffusa è più flessibile e aderente alle necessità energetiche di un Paese, più alte o basse anche nell’arco di una giornata. L’energia di base dovrebbe essere fornita da idroelettrico ed eolico, poi bisogna sviluppare sistemi di stoccaggio, possibilmente a livello domestico. Un’altra cosa su cui puntare sono le reti intelligenti.

Perché siete contrari alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, come la gestione dell’acqua o dei rifiuti?
Perché riteniamo che i cosiddetti ‘beni primari’, tra cui l’acqua o i rifiuti debbano essere gestiti dalla collettività. Sono cose su cui non si può far fare profitto a qualcuno. La collettività per sua definizione non lo può fare, o comunque, il profitto nel suo caso va interamente reinvestito nel servizio. Dove si è andati verso il privato si è scoperto che aumentavano le bollette.

Cosa rispondete a chi sostiene che la raccolta differenziata e il riciclo non sono convenienti?
Che non è vero. Il sistema più efficiente è quello del recupero e del riciclo, che oltretutto produce un maggior numero di posti di lavoro. Un inceneritore oggi costa circa 800 milioni, e dà lavoro più o meno a 80 persone. Con la stessa cifra si possono trattare più rifiuti e dar lavoro a 25 volte più persone. (LEP)

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