Zitte e giù dal palco. A meno che non siano sposate, “perché così la Bibbia dice”. La Bristol University Christian Union, un gruppo religioso dell’università della città inglese al confine con il Galles, ha bandito le donne dai propri incontri, lezioni e meeting. Così, d’ora in poi, nessuna persona di sesso femminile potrà più insegnare ai seminari o tenere discorsi in pubblico. “A meno che non siano accompagnate dal marito, in quel caso non ci sono problemi”, ha scritto in una e-mail agli iscritti dell’associazione il presidente del gruppo Matt Oliver. Intanto, la decisione, che ha già fatto dimettere per la sua contrarietà il segretario agli affari internazionali del movimento, manda su tutte le furie il gruppo di donne dell’Università di Bristol. Una delle dirigenti, Rebecca Reid, ha scritto su un forum: “Sono cattolica e per me tutto questo è osceno e ha dell’incredibile. È a dir poco oltraggioso nei confronti non solo delle donne, ma di tutti”.

I giornali inglesi, intanto, vanno a caccia delle reali ragioni della decisione, con l’Huffington Post Uk che è riuscito a rintracciare la versione originale dell’e-mail mandata da Oliver agli iscritti della Bristol University Christian Union. “Dopo una lunga riflessione su questo tema – ha scritto il presidente – e cercando la saggezza di Dio e discutendo su di essa con tutto il comitato, abbiamo preso questa decisione sull’insegnamento da parte delle donne. Noi tutti abbiamo le nostre idee su argomenti quali le donne e il loro ruolo di speaker, convinzioni che spesso trovano riscontro nell’organizzazione delle chiese che scegliamo di frequentare. È buono e giusto che noi tutti manteniamo le nostre idee che rispecchiano l’insegnamento della Bibbia”. Ma non è solo l’Huffington Post a lanciarsi  sulla vicenda. Femministe e gruppi per la difesa dei diritti civili di tutto il Regno Unito sono già sulle barricate. E il principale gruppo femminista del Regno Unito, che ha sede proprio a Bristol, fa sapere: “Questo è puro sessismo, è una decisione ampiamente discriminatoria e profondamente offensiva”.

Il ruolo delle donne nelle chiese e nei gruppi cristiani non è mai stato così al centro del dibattito pubblico come in questo momento, dopo il voto della Chiesa anglicana che ha rigettato la proposta di concedere alle donne l’accesso alla “poltrona” di vescovo. La chiesa d’Inghilterra di è spaccata a metà e lo stesso Rowan Williams, arcivescovo uscente di Canterbury e quindi la principale figura della Chiesa anglicana dopo la regina, ha detto che ora “la comunità cristiana inglese ha molto da spiegare e ha delle decisioni da motivare”. Non è un caso, quindi, che la vicenda di Bristol faccia notizia proprio ora, con tutta una comunità, quella cristiana appunto, che si interroga sui diritti delle donne nella Chiesa e nella società.

Intanto, a Bristol, il gruppo universitario per l’uguaglianza e il welfare, un movimento aconfessionale, sta cercando di entrare a patti con la Bristol University Christian Union. Obiettivo, portare il gruppo a un ripensamento, anche secondo le indicazioni delle femministe. Che hanno detto: “Questo è puro Medioevo nell’anno del Signore 2012”. 

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Senza figli, egoismo o coscienza di sé? Un libro analizza una condizione senza nome

prev
Articolo Successivo

Cina, le attiviste pubblicano le foto dei corpi nudi per chiedere legge anti violenza

next