“Appena varchi quella soglia, te la senti tutta addosso quella puzza. Ma mica è questione solo di puzza. Lui, ogni santo giorno, per otto o nove ore, ogni giorno per ventuno anni, ha respirato quell’aria. E poi è morto, a quarantatré anni. Di tumore. Al polmone. Lui che non aveva mai acceso una sigaretta in vita sua”. A Federico Pilagatti, segretario del Sappe-Puglia, la rabbia si legge nella voce. Racconta la storia del collega salentino, S.M., assistente capo di polizia penitenziaria, prima a Taranto, poi a Milano, infine nella casa circondariale di Lecce. Si è spento nel luglio dello scorso anno, lasciando moglie e due figli. “E’ stato costretto ad inalare il fumo passivo dei detenuti, senza alcun presidio a tutela della salute”, denuncia il sindacalista, in una doppia lettera indirizzata al Presidente della Repubblica e a quello della Camera, Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini. La commissione medica dell’Ospedale Militare di Taranto ha già dato parere favorevole al riconoscimento della causa di servizio per il 43enne ed è tuttora in corso un contenzioso, a seguito della richiesta di risarcimento danni avanzata dalla famiglia nei confronti del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, il Dap.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Stando ai dati diffusi dal Sappe, in Italia almeno 90mila persone, tra operatori e ristretti, rischiano di contrarre il cancro a causa della giornaliera esposizione al fumo passivo negli istituti di pena. La situazione più grave non è negli uffici o negli spazi comuni, bensì nelle sezioni detentive, dove viene a cadere il divieto di fumo nei luoghi pubblici chiusi, così come istituito dalla legge n.3 del 2003, entrata in vigore due anni dopo. A nulla sembra essere valsa anche una storica ordinanza del magistrato di sorveglianza di Padova, che, il 27 giugno 2002, annullò la sanzione disciplinare applicata a un detenuto, che si era opposto alla destinazione a una camera occupata da fumatori. “La tutela della salute all’interno degli istituti di pena – era stata la motivazione – si esplica anche attraverso il divieto di fumo nelle celle, con l’istituzione di reparti per non fumatori e, pertanto, ricade sull’amministrazione penitenziaria l’onere di provvedere alla separazione dei soggetti fumatori da quelli che non lo sono”.

“Sia chiaro, sappiamo bene – precisa Pilagatti – che la sigaretta è una valvola di sfogo quasi indispensabile e non vogliamo prendercela con i carcerati. E’ il Dap ad essere irresponsabile, perché è ben cosciente del problema, ma non ha mai fatto nulla per prevenirlo o quanto meno ridurlo. L’unico provvedimento adottato è contenuto in una circolare, inapplicata, in cui si invita a tenere distinti i tabagisti dagli altri. Ma come si fa, quando nelle carceri manca il minimo dello spazio necessario anche per respirare?”.

Il riferimento è al Regolamento penitenziario, il n. 230 del 2000, che prevede l’assegnazione dei reclusi che lo richiedono in reparti indenni, “se le condizioni logistiche lo consentono”. Ma lo consentono? “Nella pratica, è quasi utopico destinare spazi esclusivi a loro, ad esempio in una casa circondariale come la nostra, dove si viaggia ad una media di presenze pari al doppio della capienza regolamentare”, risponde in maniera secca Antonio Fullone, direttore del carcere salentino. “Settimanalmente redigiamo verbali di multe per il non rispetto del divieto di fumo nelle aree comuni- aggiunge – e abbiamo anche noi delle norme interne per evitare che le sezioni diventino delle camere a gas. Bisognerebbe, ad esempio, fumare vicino alle finestre, aerare i locali. Ma, contando che nelle celle si trascorrono almeno 22 ore al giorno e che, sempre lì dentro, i reclusi cucinano, l’effetto cappa è inevitabile, specie d’inverno”.

Le ripercussioni, dunque, non riguardano solo le guardie carcerarie o educatori e volontari. Quelle più immediate si registrano proprio sui reclusi che non fanno uso di sigarette. Un problema a lungo tralasciato, amplificato da sovraffollamento cronico, ambienti angusti e risorse al lumicino. Si corre ai ripari, quando e come si può. A Lecce, negli ultimi mesi, la direzione di Borgo San Nicola ha richiesto l’installazione di un aspiratore per sezione e la Asl ha dotato l’infermeria del penitenziario, 24 ore su 24, di uno pneumologo.

Ma il Sappe parte dal Tacco per cercare di ottenere una reazione anche nel resto d’Italia. E’ proprio per questo che sta predisponendo ricorsi da presentare a raffica alla magistratura penale e a quella amministrativa, per costringere il Dap ad adottare provvedimenti immediati.”Ancora più grave, però, è che il fumo passivo nelle carceri italiane non sia considerato un fattore di rischio – c’è scritto nella lettera a Napolitano e Fini – Non è neppure inserito nel documento di valutazione dei rischi di ogni penitenziario. Di conseguenza, chi si ammala di tali patologie che riguardano il sistema respiratorio non può nemmeno vedersi riconosciuta la malattia professionale”.

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