Una beffa senza precedenti, un contrappasso emblematico. Ma anche, a modo suo, una riproposizione di quel circolo vizioso che caratterizza la crisi globale bloccando (soprattutto nel vecchio Continente) qualsiasi spinta alla ripresa. C’è tutto questo e forse qualcosa in più nell’ultima clamorosa vicenda che caratterizza oggi i paradisi fiscali, i territori della finanza invisibile nei quali, ha stimato nei mesi scorsi l’ong Tax Justice Network, potrebbe nascondersi un ammontare di capitali pari a un terzo del pil del pianeta (fino a oltre 30 mila miliardi di dollari). Caratterizzate ormai da costi di gestione insostenibili, le esclusive località offshore dei Caraibi affrontano una grave emergenza sul fronte dei propri conti pubblici. E, al momento, non sembrano vedere altra soluzione all’infuori dell’aumento delle tasse. Ovvero nella violazione di quel tabù che per decenni ne aveva garantito la prosperità. Sì, perché all’ombra delle palme ce la si passa piuttosto male e i dati, riferisce Bloomberg, sono evidenti.

Nel biennio 2011-12, le Bahamas hanno registrato un deficit di mezzo miliardo di dollari, il doppio di quanto inizialmente previsto. In Giamaica, il rapporto debito/Pil ha raggiunto il 140% mentre a Saint Kitts & Nevis si è toccata addirittura quota 154%. Ormai, insomma, siamo ai livelli della Grecia dove a maggio, ha riferito la Commissione Ue, il rapporto viaggiava al 161%. Come se non bastasse la regione non cresce quasi più. Secondo il Fmi, l’area America Latina e Caraibi crescerà quest’anno del 3,2%, ma per la sola zona caraibica il dato non raggiungerà l’1% segnando così una ripresa molto modesta dopo la stagnazione dello scorso anno. Ed è proprio per fronteggiare la nuova emergenza che i governi locali hanno deciso di passare ai rimedi “estremi”. Alle Bahamas il primo ministro Perry Gladstone Christie ha parlato apertamente della necessità di alzare la pressione fiscale, a Saint Lucia sono state introdotte le prime tasse sulle transazioni commerciali, mentre in Giamaica a cadere sotto la scure delle imposte sono stati addirittura i servizi telefonici. Ad Antigua & Barbuda, infine, è partita la crociata del governo contro l’evasione fiscale dei liberi professionisti. Insomma, la fine del mondo.

Alle Isole Cayman, residenza di 45 mila persone e 11 mila fondi di investimento, si sono già registrati 17 milioni di dollari di deficit nel solo primo trimestre. Abbastanza per convincere il governo a proporre un piano per l’introduzione di un’imposta sul reddito pari al 10% per i residenti stranieri (circa la metà della popolazione). Le proteste hanno successivamente costretto l’esecutivo a ritirare la proposta ma il dibattito era ormai aperto: è possibile, di fronte all’emergenza, abbattere il tabù delle tasse? I dubbi rimangono, perché una svolta nella politica fiscale rischia di escludere dal giro i Paesi disposti a cedere. Interpellato da Bloomberg, il direttore degli investimenti di Oppenheimer & Co. Carl Ross ha definito quella dei paradisi fiscali una situazione da “Comma 22”. Più si alzano le tasse, ha spiegato, meno ci si rende attraenti per gli investimenti stranieri. Come a dire più imposte uguale meno Pil, un’equazione che è notoriamente (chiedere all’Europa) l’anticamera del disastro. Difficile individuare il limite fisiologico della tassazione, capire cioè quale possa essere il margine di manovra di quei Paesi chiamati a riassestare lo stato dei conti pubblici contenendo il più possibile la fuga degli investitori. Ma una cosa è comunque certa: il basso livello delle imposte non costituisce l’unico vantaggio strategico dei paradisi fiscali. E qui si torna al tema del segreto bancario, quella risorsa inesauribile di opacità che da sempre attrae evasori, riciclatori ma anche operatori dell’economia legale. Tax Justice Network ha elaborato negli anni un indice di segretezza finanziaria e una relativa classifica per Paesi. Le Cayman si piazzano seconde dietro ai maestri svizzeri. Isole Vergine Britanniche e Bermuda sono rispettivamente all’11esimo e 12esimo posto. Nella top 10, in compenso, c’è un po’ di tutto, comprese tre delle prime quattro economie del mondo: Stati Uniti, Germania e Giappone. Tanto per ricordarci come l’opacità finanziaria non sia soltanto una malattia tropicale.

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