Il processo a Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo di Benedetto XVI, è una sceneggiatura perfetta per una serie televisiva di Rai1. O forse, può sembrare troppo irreale.

Un processo così complesso – l’imputato è accusato di furto aggravato, ma nessuno ha capito il movente – meritava tempo, prove, testimoni. E invece, in questa corsa a smacchiare l’alone più piccino, sabato arriverà la sentenza dopo quattro udienze, tutte cortissime, strambe e parziali.

Il maggiordomo si dichiara innocente, non può nascondere le 82 casse di documenti riservati sequestrati e spiattella una giustificazione delirante: “Ho agito guidato dallo Spirito Santo” oppure “La situazione in generale mi sconcertava”. Un pochino ingenuo per un signore che serviva i pasti al pontefice, che maneggiava lettere scoppiettanti, che studiava la massoneria e i servizi segreti. Il laico più vicino al Papa che si confidava con cardinali, vescovi e attori principali di un sistema Vaticano che, più dei corvi, ha paura di se stesso.

Anche l’interrogatorio di Gabriele non è stato completo, più volte interrotto dal presidente del Tribunale, più volte monco rispetto ai colloqui in carcere o con il magistrato. Gabriele ha citato un paio di porporati di scarso rilievo: proprio perché la miglior finzione deve contenere un briciolo di verità. Sabato verrà condannato a cinque o sei anni di galera, dovrebbe ricevere la grazia papale e poi scomparire come monsignor Carlo Maria Viganò. L’ex responsabile degli appalti di San Pietro trasferito non appena cominciò a denunciare il malaffare.

Adesso, per punizione, Viganò è nunzio apostolico negli Stati Uniti. Lontano a sufficienza da Roma. La sentenza, però, non potrà sedare la rivolta dei cardinali legati ad Angelo Sodano che contestano la gestione del successore Tarcisio Bertone, il segretario di Stato. Il corvo Gabriele tornerà in gabbia. Altri corvi sono pronti a svolazzare sul Cupolone.

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